Gli Anderson, una dinastia di fotografi in Italia (1851 – 1960) di Alessia Lobosco

Alessia Lobosco si è laureata presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, Macroarea di Lettere e Filosofia corso di laurea in Beni Culturali, relatore il professor Alberto Manodori Sagredo, con una tesi di storia e tecnica della fotografia dedicata alla famiglia Anderson.

La tesi è una indagine della storia della fotografia attraverso questa straordinaria famiglia che operò a Roma, a partire dal fondatore, James Anderson, di suo figlio Domenico Anderson e dei nipoti Alessandro e Giorgio Anderson che hanno gestito una importante attività di studio e laboratorio fotografico in un arco di cento anni. L’indagine è stata svolta su diverse pubblicazioni scritte da autorevoli storici della fotografia: da Silvio Nigro a Marina Miraglia, passando per Piero Becchetti ed arrivando a Francesca Racine, che raccontano la vita e l’attività di padre e figlio, sottolineandone la diversità di conoscenze, capacità ed interpretazioni delle tecniche fotografiche in essere. Ed anche nella analisi dei cataloghi fotografici dell’impresa (fotografie per turisti, viaggiatori, studiosi ed appassionati d’arte) che si trovano conservati presso la Biblioteca dell’ICCD e a palazzo Venezia  nella Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte.

Nel 1953 a Palazzo Barberini si è svolta la   Mostra della fotografia a Roma 1840-1915 ( 22522-47497-1-PB (1)) organizzata sotto la supervisione del patronato del comune di Roma e dell’ente provinciale per il turismo. Tra gli espositori figuravano diversi enti pubblici e molti collezionisti privati tra cui Alessandro Anderson, Silvio Negro e Piero Becchetti. Il catalogo prevede un saggio di Negro “I primi fotografi romani”, una breve storia dell’invenzione della fotografia e della sua diffusione e sviluppo in Italia che pone l’accento sui principali fotografi attivi a Roma nel periodo in questione.
Si parla giustamente anche di James Anderson, citato in riferimento al suo lavoro di ripresa fotografica di vedute e opere d’arte. Nel volume è presente anche una prima biografia del fotografo inglese.

La storia del capostipite è particolarmente travagliata. James Anderson non è il suo vero nome. Era un pittore che diventa fotografo.
“L’Anderson fu capostipite di una generazione di fotografi editori che continuano anche oggi nobilmente la loro attività nel campo del documentario artistico. Giacomo, che si chiamava in realtà Isaac Atkinson, e veniva da un’agiata famiglia scozzese del Cumberland, giunse a Roma nel ’38 e si dedicò alla pittura sotto il nome di Nugent Dunbar. Alcuni acquerelli da lui esposti nella sala di piazza del Popolo nella primavera dell’anno dopo furono lodati dalla critica e se ne occuparono anche i giornali inglesi. Egli si era anche dedicato alla galvanoplastica; è forse per questo che fu portato ad interessarsi di fotografia. E’ tradizionale nella sua famiglia che abbia portato a Roma per primo la tecnica del collodio secco, e probabilmente l’ha fatto rientrando nel ’61 da una visita all’Esposizione di Parigi”.

Un punto cardine della tesi: la fotografia cambierà le sorti della documentazione d’arte. Il passaggio dal lavoro di traduzione svolto dagli artisti incisori al lavoro di documentazione dei fotografi, cambia tutta la narrazione. Nel 1991 presso l’Istituto Nazionale di Grafica, in collaborazione con il MIBACT, fu realizzata una mostra dedicata alla storia delle riproduzioni della Cappella Sistina dalle prime stampe cinquecentesche, contemporanee di Michelangelo, alle foto moderne.

Piero Becchetti nel suo articolo definisce James Anderson da un punto di vista tecnico-professionale come un “vero artista dell’obbiettivo” , mentre su Domenico afferma:“Domenico Anderson invece fu un fotografo industriale di buon livello, certamente superiore agli Alinari […].”
Domenico Anderson costruirà un solido rapporto con i Musei Vaticani, parteciperà a diverse esposizioni nazionali ed internazionali. Inventerà una strumentazione capace di rilevare dettagli precisi dalle opere che documenterà. Le sue campagne fotografiche percorreranno l’Italia da nord a sud e arriveranno oltre i confini nazionali in particolare in Spagna ed in Inghilterra. Nel 1895 brevettò un sistema per la riproduzione di fotografie a colori.

Negli anni Sessanta i fratelli Anderson cedettero l’intero archivio fotografico. Fu acquisito dall’Istituto Italiano per la Collaborazione Culturale con sede a Roma e riunito all’Archivio fiorentino degli Alinari.
“Trasferito a Firenze l’archivio Anderson venne in parte distrutto dall’alluvione del 4 novembre 1966, quando collocato in basso, fu raggiunto dalle acque dell’Arno impazzito. Delle oltre 40.000 lastre ne furono recuperate 26.000.”

TESI ALESSIA LOBOSCO

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...