L’ARCHIVIO STORICO LUCE: DAL PRIMO ARCHIVISTA AD OGGI

Dal 22 al 24 settembre 2022 si è svolto a Modena il convegno internazionale “Vedere la storia nel mondo degli audiovisivi”, organizzato dall’Università di Modena e Reggio Emilia – Dipartimento di Studi Linguistici e Culturali, Master in Public & Digital History, Corso di alta formazione “Dhialogue” – e dall’Archivio Storico Luce – Cinecittà SpA, in collaborazione con l’AAMOD (Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico) e l’AIPH (Associazione Italiana di Public History). L’obiettivo è stato di attivare un dialogo tra diversi saperi ed esperienze sulle modalità attraverso le quali il digitale ha modificato la natura e i contenuti dell’archivio audiovisivo usato per scrivere e diffondere la storia. Il panel La memoria coloniale nell’Archivio Storico Luce: pratiche di studio e valorizzazione ha rappresentato l’occasione per raccontare, nell’anno del centenario della Marcia su Roma, studi e progetti, editoriali e didattici, realizzati utilizzando il patrimonio audiovisivo dell’Archivio Storico Luce. Un panel dedicato al racconto coloniale attraverso le immagini dell’Archivio Storico Luce, poiché il tema è il contenuto migliore per parlare della propaganda fascista. A metà degli anni Novanta l’Archivio ha sentito l’urgenza di far conoscere, approfondire, interpretare, decostruire il proprio patrimonio. In questo senso Patrizia Cacciani nel suo intervento, pubblicato di seguito, ripercorre come l’Archivio, attraverso la sua banca dati e le attività di archiviazione, abbia reso disponibile il proprio patrimonio.

di Patrizia Cacciani

L’Archivio Storico Luce non ha una sua sede propria. Si trova tra piazza di Cinecittà 10 e via Tuscolana 1055, a Roma. Nel bel palazzo di architettura razionalista sede dell’Istituto Nazionale Luce dal 1937, in una porzione di esso, c’è il sito di conservazione del patrimonio filmico originale e il laboratorio di tecnologia integrata, mentre, in via Tuscolana, c’è l’archivio fotografico e le strutture dedicate alla valorizzazione. Gli stabilimenti cinematografici, la sede sociale di Cinecittà S.p.A., accolsero il Luce dopo la trasformazione da ente di diritto pubblico in società per azioni, Istituto Luce S.p.A. appunto, avvenuta nell’agosto 1962, ma di fatto il trasferimento si completò nel 1973, attraverso un percorso piuttosto accidentato.

Tra i documenti conservati nell’Archivio Storico c’è il Regolamento del Personale dell’Istituto Nazionale Luce. Un libretto dalla copertina blu, pubblicato nel 1935, dove vengono elencati articoli sull’organizzazione e le attività del personale. Tutta la forza lavoro è inquadrata nel ruolo impiegati, successivamente sono suddivisi tra amministrativi (cat.1), tecnici (cat. 2), personale d’ordine (cat. 3), personale subalterno (cat. 4). Nella categoria del personale d’ordine c’è il primo archivista e l’archivista. Appartengono alla stessa categoria le stenodattilografe, le telefoniste, i magazzinieri e i custodi.

Si chiamava Eugenio Sangiovanni il primo capo archivista dell’Istituto Nazionale Luce, nato a Catanzaro nel 1892. Viene assunto il 15 febbraio del 1933, con questa mansione, avendo un curriculum tecnico. Nel 1935 viene trasferito al reparto fotocinematografico dell’AOI dove rimarrà sino al 1938, in Eritrea, presso l’ufficio di Asmara. C’è una cartella del personale a suo nome nell’Archivio Storico e documenti che lo riguardano nell’Archivio Giacomo Paulucci Di Calboli, conservato presso l’Archivio di Stato di Forlì. Si licenzia dall’Istituto il 1° ottobre del 1938 e viene assunto, immediatamente, all’ENIC. I documenti conservanti in cartella hanno una mancanza sino ad alcune veline del 1946. Sangiovanni lavora nell’agenzia Luce Nuova a Bari e scrive su carta intestata ENIC una sua lunga lettera al direttore generale dell’Istituto Luce Nuova, Giuseppe Croce.

In verità il lavoro di Sangiovanni faceva parte delle attività produttive, quindi corrente. L’ordinamento delle fotografie di Sangiovanni riguarda le foto realizzate dai fotografi incaricati nel reparto, subito dopo la consegna dei negativi, costruendo un inventario alfanumerico. Ora, il suo inventario fisico è una informazione presente nelle schede catalografiche delle fotografie. Il Luce è ente produttore e come tale organizza i propri prodotti per la filiera distributiva. Nella banca dati il patrimonio filmico e fotografico, sia come ente produttore che come ente conservatore, è organizzato per fondi, serie e sottoserie. Proprio come un archivio storico, ancorché audiovisivo.

Il 1° gennaio 1965 viene assunto Emanuele Valerio Marino. A metà degli anni Ottanta, cinque anni prima della sua uscita, sarà nominato direttore dell’Archivio. Sino ad allora era un funzionario. Quindi, l’Archivio non era considerato una struttura “degna” di essere una direzione. Lui riuscirà a diventare dirigente, non tanto per le sue capacità organizzative e di gestione dell’Archivio, quanto per la sua conoscenza del materiale, che condivideva con una collega, Francesca Cecchin. Conoscenza a disposizione delle nuove produzioni. Nel 1991, ormai pensionato, il Luce produrrà il film documentario I 600 giorni di Salò per la regia di Emanuele Valerio Marino e Nicola Caracciolo.

Fino agli anni Ottanta l’“Archivio” è un magazzino di conservazione e l’inventario fisico è l’ordinamento che assolve una parte delle funzioni proprie dell’archivio. A lungo è rimasto l’unico strumento di riferimento perché i documenti e le carte sono arrivati a noi in modo troppo frammentario e scarso per ricostruire l’Azienda e la sua organizzazione produttiva, distributiva, sociale. Infatti, già dal 2003 abbiamo avviato un lavoro di ricognizione presso altri archivi, partendo dal Di Calboli, ed ora nuovamente oggetto di indagine da parte nostra per completare la collezione di documenti digitalizzati utili per l’arricchimento dell’Archivio Storico Luce. Come pure, in questo momento, stiamo studiando e archiviando nella nostra banca dati una collezione delle carte digitalizzate della serie Cinema dell’ASAC, l’archivio della Biennale di Venezia.

Personalmente considero ancora validi le riflessioni ed il dibattito che Ansano Giannarelli apre nel 1981 sul modello di archivio audiovisivo (scambio di conoscenze, sistema di archivi audiovisivi, infrastrutture per la fruizione, la questione del diritto d’autore nella decostruzione di un documento audiovisivo, il sostegno economico) perché ancora così moderni anche rispetto all’attuale discussione sulla sostenibilità dell’Archivio. Attivate con energia dal Congresso FIAF di Brighton nel 1978 che riscrive la storia del cinema, dove il documento cartaceo diventa un elemento essenziale del prodotto filmico, tutti questi temi non sono neutri per chi diventerà Presidente del Luce e prima ancora è stato direttore di rete, RAI 3.

Nel 1995 Direttore dell’Archivio è Edoardo Ceccuti, proviene dal mondo della produzione, in particolare dalla Gaumont Italia, Presidente e Amministratore Delegato dell’Istituto Luce S.p.A. è Angelo Guglielmi. Mentre, si avvia lo studio per la banca dati dell’Archivio, in particolare sui fondi cinematografici come ente produttore ed ente conservatore, viene avviato il percorso per il riconoscimento dell’Archivio come archivio storico di interesse nazionale, da conservare e tutelare secondo la legge dei beni culturali. Il riconoscimento arriva dalla Soprintendenza archivistica e bibliografica del Lazio nel 1997, due anni prima dell’emanazione del Testo Unico n. 490/1999, dove per la prima volta le fotografie con relativi negativi e matrici, aventi carattere di rarità e di pregio artistico o storico vengono considerati beni culturali. Solo con l’aggiornamento della legge nel 2004, il punto e) si arricchirà con le pellicole cinematografiche ed i supporti audiovisivi in genere, aventi carattere di rarità e di pregio.

Sono voluta partire dalla mancanza di una sede fisica unitaria, ancora oggi, per l’Archivio Storico Luce, un po’ per continuare a rivendicarla, un po’ per sottolineare che noi ne abbiamo una, virtuale, dal 1997, si chiama  http://www.archivioluce.com  e che da tempo sana un po’ la mancanza di quella fisica, almeno per noi che ci lavoriamo.

Nel 1996, in collaborazione con il Centro Maas del Consorzio Roma Ricerche viene realizzato il primo sistema per la gestione informativa della documentazione audiovisiva (cinegiornali, documentari, repertorio) dell’Istituto Luce e viene avviata la catalogazione del patrimonio filmico. Dal 2001 inizia la catalogazione e la digitalizzazione dell’archivio fotografico. Si integrano le due banche dati con la descrizione multilivello dei singoli archivi secondo l’appropriata struttura gerarchica (fondi, serie, sottoserie) la condivisione degli authority files, la descrizione testuale delle immagini.

Nel 2004, ad ottanta anni dalla sua nascita, l’Istituto Luce decide un profondo rinnovamento del sistema informativo: viene adottata la piattaforma xDams. Dal punto di vista delle modalità di raccolta delle informazioni, xDams è pienamente conforme allo standard ISAD (International Standard of Archival Description) per la descrizione archivistica.

La soluzione infatti utilizza lo standard per la codifica elettronica degli strumenti di ricerca archivistici EAD (Encoded Archival Description), che consente di

• trattare l’informazione archivistica e documentale in formato XML, in piena conformità con le indicazioni fornite dalle norme ISAD

• includere e codificare quegli elementi informativi non contemplati dalle ISAD, ma comunque presenti nella maggior parte degli strumenti di ricerca, come nel caso di indici e rubriche, aumentando le potenzialità di accesso ai contenuti.

L’intera banca dati descrittiva è convertita in XML e codificata secondo lo standard EAD. L’ancoraggio ad un unico authority centrale e la condivisione della struttura informativa di descrizione del contenuto permettono un’immediata integrazione di archivi eterogenei, indici e strumenti di ricerca. Ad ogni scheda descrittiva si allegano uno o più file digitali di diverso formato, fotografie e filmati. La piena utilizzazione di internet e della tecnologia web-based per tutte le attività di gestione, catalogazione e fruizione degli archivi assicura alla banca dati interoperabilità, esportabilità e modularità della struttura informativa.

Nel 2012 viene condivisa su YouTube una porzione considerevole del patrimonio filmico, con l’intenzione di aprirsi verso il pubblico più giovane. I filmati sono corredati di tutte le informazioni archivistiche, ma l’immediatezza di accesso è data dal documento filmico in sé.

Nel 2013 i fondi storici dell’Archivio (le testate dei cinegiornali e i fondi fotografici dell’Istituto Nazionale Luce come ente produttore) vengono iscritti al Registro Memorie del Mondo Unesco. La motivazione: «La collezione costituisce un corpus documentario inimitabile per la comprensione del processo di formazione dei regimi totalitari, i meccanismi di creazione e sviluppo di materiale visivo e le condizioni di vita della società italiana. Si tratta di una fonte unica di informazioni sull’Italia negli anni del regime fascista, sul contesto internazionale del fascismo (tra cui l’Africa orientale e l’Albania, ma anche ben oltre le aree occupate dall’Italia durante il fascismo, soprattutto per quanto riguarda il periodo della Seconda Guerra Mondiale) e sulla società di massa negli anni Venti e Trenta del Novecento». Nella pagina dedicata del nostro sito si trova tutta la documentazione per la candidatura e la felice iscrizione.

Nel 2018 l’Archivio Luce rinnova il suo portale.

Ogni fondo cinematografico e fotografico presenta una descrizione storico-cronologica dettagliata, ogni fondo può essere indagato come complesso archivistico, ma anche come singolo documento. Tre dizionari controllati, suddivisi in toponimi, antroponimi e tematici, costruiti in una struttura gerarchizzata di parole chiavi che, proposte, possono a sua volta divenire strumento di ricerca in modo orizzontale e verticale in tutti i fondi archiviati.

L’Archivio è una piattaforma fondamentale per il lavoro di storici, ricercatori, autori di film, documentari, palinsesti televisivi, scuole, università, biblioteche, musei, enti pubblici e privati, specialisti e cittadini comuni che avessero una curiosità, una passione.

Piccola nota a margine, ma credo di una certa rilevanza: durante la pandemia, nel periodo dal 1° febbraio 2020 al 28 febbraio 2021, il traffico sui siti Luce è raddoppiato rispetto all’anno precedente, ma in maniera diversa tra il sito e la banca dati. Il sito è cresciuto da 160 mila a 336 mila utenti e da 500 mila pagine a quasi mille, la banca dati è cresciuta da 391 mila a 800 mila utenti e da 2,5 milioni a 4,335 milioni pagine ma, soprattutto, mentre per il sito l’aumento è tutto concentrato nei mesi di marzo-maggio 2020 (lockdown), per il resto è rimasto in linea con l’anno precedente, la banca dati, invece, anche nei mesi successivi si mantiene circa il 50% più alta dell’anno precedente. La forza dei contenuti.

Tra il luglio 2024 ed il novembre 2025 celebreremo i 100 anni dell’Istituto Luce.

Si apre una nuova stagione, ci sarà tempo per raccontarla.

LA MOSTRA “CHI È DI SCENA? 100 ANNI DI SPETTACOLI A OSTIA ANTICA (1922-2022)”

a cura di Andrea Scappa

Il 20 maggio è stata inaugurata la mostra Chi è di scena! 100 anni di spettacoli a Ostia antica (1922-2022), realizzata dal Parco Archeologico di Ostia Antica in collaborazione con Electa, che ne ha pubblicato anche il relativo catalogo. Hanno introdotto il percorso espositivo, visitabile fino al prossimo 23 ottobre, i curatori Alessandro D’Alessio, direttore del Parco Archeologico di Ostia Antica, Alberto Tulli, responsabile dell’Ufficio Valorizzazione, e Nunzio Giustozzi, archeologo, docente e storico dell’arte.

L’obiettivo della mostra è di raccontare un secolo di proposte spettacolari all’antico teatro ostiense, a partire dalle rappresentazioni teatrali, quelle del 1922, la prima del 21 aprile e la replica del 9 maggio, che vedono i ragazzi della scuola elementare di Ostia cimentarsi nella commedia Aulularia di Plauto. Queste messinscene inaugurano il riutilizzo del teatro, fortemente voluto dall’illuminato direttore dell’epoca, Guido Calza, che negli anni successivi è stato artefice delle ricostruzioni e delle anastilosi del monumento. Dopo cent’anni, nel giorno dell’inaugurazione della mostra e in quelli successivi, lo spazio del teatro ha accolto gli studenti dell’Istituto Comprensivo “A. Fanelli-F. Marini” di Ostia Antica, protagonisti dell’Aulularia e dell’Antigone di Sofocle, e i ragazzi del Liceo classico “Anco Marzio” di Ostia Lido, che invece hanno scelto di recitare la tragedia greca Elettra. Le recite, oltre a celebrare quelle di un secolo prima, simboleggiano anche un nuovo corso del Parco Archeologico di Ostia, che per la prima volta organizza una mostra di queste dimensioni e di argomento non prevalentemente archeologico e che si accinge a intraprendere a breve un  importante progetto di restauro e conservazione del monumento.

La mostra si sviluppa all’interno di quattro moduli progettati appositamente da Stefano Boeri Architetti nei quattro fornici orientali del teatro, seguendone e prolungandone le volte in muratura. Nelle strutture, che resteranno a disposizione del Parco per futuri percorsi espositivi, immaginate quasi come stanze delle meraviglie e arsenali delle apparizioni, vengono presentati manifesti, maquettes, foto, filmati, ritagli di giornale, bozzetti di scena, costumi e diversi altri documenti. La varietà e la ricchezza del patrimonio esposto è frutto della ricerca effettuata e della disponibilità dei numerosi archivi coinvolti, tra cui quelli della Biblioteca Museo Teatrale SIAE, dell’INDA, dell’Archivio Luce-Cinecittà, dell’Opera di Duilio Cambellotti, nonché di collezionisti privati.

I curatori, nel costruire l’intinerario della mostra incentrata su una storia lunghissima, hanno deciso di concentrarsi su alcune delle  rappresentazioni più significative, allestite in un intervallo temporale che va dal 1922 al 1949, scegliendo in particolare i progetti scenici di Duilio Cambellotti, a cui sono dedicati due moduli, e di Mario Sironi. Del resto Duilio Cambellotti costituisce per vent’anni, tra la fine degli anni Venti e la fine dei Quaranta, con la sua visione artististica un vero e proprio deus ex machina degli spettacoli di Ostia.

Così abbiamo le prime messinscene del 1927 e del 1928, I sette a Tebe di Eschilo, l’Antigone di Sofocle, Le nuvole di Aristofane che arrivano dall’INDA ad Ostia. In quell’occasione Duilio Cambellotti riadatta la sua scenografia agli spazi del teatro romano, meno ampi di quelli di Siracusa, e in mostra è possibile osservare la maquette originale, realizzata per uno di questi allestimenti. L’altro spettacolo di cui si dà conto è il Giulio Cesare di Enrico Corradini, opera di stampo ideologico andata in scena nel teatro antico di Taormina nella primavera del 1928 prima di approdare al teatro ostiense. I documenti restituiscono appieno l’identità visiva dell’intero progetto: il manifesto con Cesare che guada il Rubicone, i figurini dei vari personaggi, le foto in monocromo azurro del programma di sala e i cosiddetti raggruppamenti che Giustozzi definisce come «tavole pittoriche da graphic novel in cui Cambellotti costruisce i movimenti di scena, dell’azione, i dialoghi con figure connotate da gesti molto concitati. Cambellotti usa matite grasse e lavature che rendono i chiaroscuri della vicenda».

Nell’altro fornice invece risultano preminenti le creazioni, sempre di Cambellotti, per I Menecmi di Plauto e Gli uccelli di Aristofane, rispettivamente del 1938 e del 1947. Dalla rappresentazione de I Menecmi, in cui tra gli attori troviamo Luigi Almirante, cominciano ad essere sempre più importanti nell’azione i cori danzanti ideati da coerografe, come Tusnelda Risso Strub e Ada Franellich. Di queste danze c’è traccia anche in alcune fotografie che Adolfo Porry Pastorel nel 1927 scatta in alcuni luoghi di Ostia Antica: il tempio di Cerere, il piazzale delle Corporazioni e il Capitolium. Per Gli uccelli del 1947, di cui possiamo ammirare i bozzetti, i costumi, alcuni elementi dell’apparato scenico, Cambellotti inventa una scenografia aerea, leggera, una specie di teatro di verzura, con siepi, voliere, legnetti e costumi dai colori sgargianti, quasi un invito a ritornare alla vita con la fine della seconda guerra mondiale.

L’isola espostiva che riguarda Mario Sironi si lega al suo lavoro nel 1949 per due opere di Euripide, la Medea, interpretata da Sarah Ferrati, e il Ciclope. La scenografia diventa progressivamente più minimale e l’attenzione si sposta sui costumi. Quelli del Ciclope  che sembrano richiamare visivamente le avanguardie, il Bauhaus, Mondrian, e che producono un effetto straniante rispetto alle architetture del teatro, testimoniano anche un passaggio determinante nel linguaggio artistico di Sironi che negli anni Cinquanta è meno figurativo e più contemporaneo.

Nell’ultimo fornice attraverso un video e in maniera più approfondita nei saggi del catalogo viene dato ampio spazio poi alle stagioni successive del teatro di Ostia antica, dalla metà del Novecento fino ai giorni nostri, che hanno visto avvicendarsi i vari linguaggi artistici, il teatro, la danza, la musica a livello nazionale e internazionale.

FILMARE LA STORIA: IL DOCUFILM “VOLTI E VOCI DI VITTIME CIVILI NELLA RESISTENZA IN VAL D’ALPONE”

Dopo aver ospitato nel settembre 2021 le considerazioni della docente Bruna Cupini e della regista Elisabetta Dini sulla creazione del contributo audiovisivo Ci salvarono gli alberi, ad opera di una classe dell’Istituto Comprensivo “A. Moratti” di Fivizzano, sezione di Monzone, Massa-Carrara, pubblichiamo lo scritto dei professori Paola Guerra e Giovanni Tosi che, insieme ai loro studenti dell’Istituto Statale Istruzione Secondaria Superiore “M.O. Luciano Dal Cero” di San Bonifacio, Verona, hanno realizzato il docufilm Volti e voci di vittime civili durante la Resistenza in Val D’Alpone. Vincendo il Premio Archivio Luce nella scorsa edizione del concorso nazionale “Filmare la storia”, è stato possibile inserire nel docufilm il giornale Luce “Italia settentrionale – Le SS italiane in un attacco di rastrellamento dei ribelli” per rievocare l’Operazione Pauke (Timpano), un piano militare messo in atto dai tedeschi tra il 12 e il 14 settembre 1944, con l’obiettivo di eliminare la presenza partigiana nelle parti di territorio che potevano trasformarsi in vie di fuga, in caso di ritirata. Come viene spiegato nel film «l’operazione doveva durare alcuni giorni e in quel pomeriggio del 12 settembre 1944, proprio nel centro di Vestenanova, ormai abbandonato dai suoi abitanti che si sono rifugiati nei boschi, scendono i tedeschi che si scontrano con i partigiani, saccheggiano case, canoniche, bruciano tutto, dalla scuola all’ufficio postale, e persino il municipio il cui archivio storico va in fiamme. Quindi Vestenanova brucia e le sue contrade pure. Ecco che uomini, donne e bambini si rifugiano nei boschi, rintanandosi in buche e gallerie. Nel terrore ripensano ai beni che hanno abbandonato e che probabilmente non vedranno più». Questo fatto storico viene rievocato attraverso le interviste ad alcuni dei testimoni, Regina Panato, Lino Gecchele, Bruno Menaspà, le lettere, le foto, i ricordi e i resoconti di chi non c’è più pubblicati o tramandati, fino ai segni tangibili che raccontano quelle tragiche vicende, lapidi, capitelli votivi e percorsi commemorativi. Il docufilm dimostra quanto i documenti storici possano essere messi in vita dai giovani e disseminati con diverse attività. Infatti dalla ricerca per il docufilm sono nati un volume e, in collaborazione con il Comune e la Pro Loco di Vestenanova, una serie di pannelli multimediali per la valorizzare il Sentiero della Memoria, che accompagnano chi lo percorre con brevi testi (in italiano, inglese e tedesco) e con un QR code che riporta ad alcune scene del film, relative appunto al luogo specifico in cui ci si trova. Tale installazione potrà essere fruita a partire dal prossimo 2 giugno.

di Paola Guerra e Giovanni Tosi

«Non c’è futuro senza memoria», diceva Primo Levi. Noi studenti dell’Istituto Dal Cero abbiamo preso sul serio questa frase. Noi che guardiamo con speranza al futuro abbiamo provato ad adottare questa parola, MEMORIA. Memoria di chi?

Così inizia il docufilm realizzato dagli studenti delle classi quarte e quinte di differenti indirizzi (tecnologico ed economico) dell’ISISS “M.O. Luciano Dal Cero” di San Bonifacio, in provincia di Verona.

La storia, per definizione, sta ad indicare l’attività di inchiesta e di ricerca storica, ma anche il risultato, la narrazione appunto, in questo caso cinematografica. Questi due momenti hanno scandito le fasi del progetto didattico, guidato da un team docenti dell’Istituto per due anni (di cui uno in pandemia).

L’attività di ricerca è dunque iniziata da una fonte materiale, il sacrario di Monteforte d’Alpone, collocato proprio a inizio vallata e che porta incisi di nomi di 130 caduti durante la Resistenza in Val d’Alpone. Di questo triste elenco il gruppo di ricerca si è, in particolare, occupato di alcune decine di vittime civili, donne, bambini, anziani, giovani, vite spezzate dall’odio e dalla brutale violenza nazifascista, vite che hanno bagnato di sangue e lacrime molte zone di questa vallata.

La ricerca è, quindi, proseguita negli archivi, nello specifico in quello dell’Istituto veronese per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea, quello di Stato di Verona, nella Biblioteca civica di Verona, puntando agli articoli di giornali di quegli anni.

Successivamente gli studenti (circa una ventina) hanno effettuato la lettura, l’interpretazione e la trascrizione dei documenti, condividendo i materiali in uno spazio digitale in comune.

Con grande difficoltà, causata soprattutto dall’arrivo della pandemia, il lavoro è proseguito sul territorio, nei paesi e nelle contrade di cui volevamo raccontare le dolorose vicende, alla ricerca anche di gesti semplici quanto epici di persone comuni, ma tenaci. Infatti la volontà è stata quella di restituire un volto e una voce alle vittime civili, che spesso la Storia trascura. Così è avvenuta la raccolta con registrazioni audio e video delle testimonianze degli anziani del luogo, che all’epoca dei fatti erano bambini o quelle dei figli e dei nipoti, custodi delle memorie dei loro padri.

Nel mese di settembre 2020, prima dell’inizio delle attività scolastiche, sono cominciate le riprese. Sono stati giorni intensi, bellissimi e complessi, in quanto il gruppo ha dovuto far fronte alle innumerevoli difficoltà, tra cui il rispetto di tutte le norme di sicurezza anti-Covid. I mesi successivi hanno riguardato il montaggio e la revisione complessiva del lavoro.

Il docufilm Volti e voci di vittime civili nella Resistenza in val d’Alpone, tratta gli eventi tragici di alcuni paesi della vallata: Monteforte d’Alpone, Montecchia di Crosara, San Giovanni Ilarione, Roncà e Vestenanova.

Il cortometraggio inviato alla scorsa edizione del concorso “Filmare la Storia”, che è relativo alle vicende particolarmente dolorose del paese di Vestenanova, unico comune della provincia di Verona ad essere insignito della medaglia di bronzo al Valor Militare,per l’alto prezzo di sangue pagato dalla sua popolazione nel corso della Resistenza.

A partire da maggio del 2021 il gruppo di lavoro è stato ricevuto dalle varie amministrazioni locali per la proiezione del docufilm all’aperto in contesti di eventi culturali. Gli studenti in quelle serate raccontavano con parole consapevoli e toccanti quanto quelle storie li avessero coinvolti, come avessero maggior consapevolezza dei loro territori, come attraverso quelle testimonianze ci fosse la loro eredità e il lor futuro per un domani in cui «la solidarietà trionfi sull’egoismo, il perdono vinca sull’ odio, la coscienza civica rimuova l’indifferenza».

Paola Guerra
Paola Guerra

Si laurea all’Università degli Studi di Padova in Filologia italiana nel 2002. Dal 2004 insegna alla scuola secondaria di secondo grado e dal 2010 presso l’Istituto “Luciano Dal Cero” di San Bonifacio (Verona).
Presso il suo istituto si occupa da anni di accoglienza e di inclusione. Appassionata di viaggi, di lettura e di storia, cerca di trasmettere ai suoi studenti l’entusiasmo per la conoscenza e lo spirito critico. Ha collaborato a progetti di ricerca storica, l’ultimo è la realizzazione di un docufilm (a cui ha fatto seguito una pubblicazione) sugli eventi drammatici della Resistenza in Val d’Alpone.

Giovanni Tosi
Giovanni Tosi

Docente di Lettere con specializzazione in Didattica della Storia, ha sempre coltivato negli anni la passione per la ricerca storica d’archivio, finalizzata a diverse pubblicazioni.
In ambito scolastico ha coordinato significativi progetti di storia locale. Presso l’ISISS “Luciano Dal Cero” di San Bonifacio, dove attualmente insegna dal 2012, con un team di docenti e studenti ha pubblicato: La Grande Guerra vissuta dalla nostra gente. Cronache da San Bonifacio e dintorni (2016); Luciano Dal Cero. Una vita per la libertà (2018); Volti e voci di vittime civili nella Resistenza in Val d’Alpone (2022), insieme alla produzione dell’omonimo docufilm.