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IL TEMPIETTO DEI RICORDI: UN EX APPRENDISTA DEL MOSAICO FIORENTINO SI RITROVA NELL’ARCHIVIO LUCE

di Lola Cindrić

Piero Mangini, l’apprendista che «tappava i buchi»

Il sorriso di Piero Mangini, mentre guarda la fotografia rintracciata nell’Archivio Storico Luce non ha prezzo per chi si dedica ad una ricerca sul suo mestiere (fig. 1). È lui il giovane che vediamo in secondo piano (fig. 2) al fianco del collega Francesco Cornazzani (1930-2020), o più affettuosamente “Cecco”. Siamo nel 1955 e Piero ha solo 21 anni, ma già da otto lavora per la bottega fiorentina “L’Arte del Mosaico”. Con questo articolo, seguendo la carriera di Piero Mangini, si vuole offrire ai lettori un viaggio nella storia recente di un artigianato poco noto, sviluppatosi prevalentemente a Firenze.

Fig. 1 – Piero Mangini davanti alla foto dell’Archivio Storico Luce
Fig. 2 – Archivio Storico Luce, Francesco Cornazzani (a sinistra) e Piero Mangini (a destra) al banco di lavoro, Firenze, 21 ottobre 1955.

Nato nel 1934 a Badia a Settimo (Scandicci), figlio di un falegname e di una casalinga, a 13-14 anni Piero inizia a lavorare nella ditta marmista “Lastri” a Firenze, dove viene assunto nel ruolo di ragioniere. «Ma io sono allergico alla penna», confessa. Invece, la sua curiosità non resiste ad una farfalla di pietra che Paolo Brilli, mosaicista, sta intarsiando su una lastra di marmo nero. Lontano dagli sguardi, Piero si infila allora al posto del maestro e si lancia anche lui nella realizzazione azzardata di una farfallina. Questo primissimo contatto “rubato” con le pietre lo spingerà a dedicare i successivi settanta anni della sua vita a dialogare con i loro colori.

È Brilli che, dopo avergli regalato la sua cassetta di strumenti, lo porta a “L’Arte del Mosaico”, un laboratorio di mosaico fiorentino vicino a piazza Santa Croce e già ben affermato in città. Inizia l’attività come “ragazzo di bottega”, addetto cioè a compiti minori di assistenza ai maestri. Ma dopo solo due anni – invece degli abituali cinque di rigore per ogni apprendistato – il direttore della ditta, Naldini, gli affida una missione di non poco rilievo, ossia la realizzazione di una Loggia, un quadro d’effetto pittorico grande 50 centimetri. In quegli anni la famosa Loggia dei Lanzi, in piazza della Signoria, era diventata un motivo iconografico molto apprezzato dalla clientela. A partire da una stampa Alinari, Piero comincia a realizzare l’impegnativa Loggia, la prima di una lunga serie che, come diceva il Naldini, «ritappava i buchi di tutta la bottega», ovvero assicurava un’entrata di vendite sufficiente al mantenimento dell’attività.

Questa Loggia la vediamo in fase di realizzazione nel filmato del 1951 de «La settimana INCOM», nel patrimonio dell’Archivio Storico Luce. Piero ricorda ancora bene l’evento straordinario che fu per la bottega ed i passanti affacciati davanti alle telecamere nella via San Giuseppe, chiusa per l’occasione. In questo filmato, lo vediamo al fianco di Ferdinando Chisio, più anziano di lui, ed insieme agli altri ragazzi che saranno i compagni del suo primo decennio nella professione (fig. 3): Carlo Borgheresi (n. 1937), Rolando Casini (n. 1939) e Fabio Renai (n. 1935-m. 2010?) che ritroviamo anche in un’altra fotografia del servizio fotografico (fig. 4).

Fig. 3 – Archivio privato di Piero Mangini, Da sinistra a destra Fabio Renai, Piero Mangini, Rolando Cassini e Carlo Borgheresi a “L’Arte del Mosaico”, Firenze, c. 1950.
Fig. 4 – Archivio Storico Luce, Fabio Renai al banco di lavoro, Firenze, 21 ottobre 1955.

Il mosaico fiorentino: dai Medici alle botteghe private

Il mosaico fiorentino è una tecnica di assemblaggio di pietre colorate, in cui ogni sezione viene tagliata secondo una propria forma. Questa caratteristica, assieme ai vari colori che offrono le pietre (fig. 5) e all’esigenza di far combaciare il più precisamente possibile le sezioni, permette di raggiungere raffigurazioni assai realistiche. È proprio per tale particolarità che questo artigianato è definito “pittura di pietra”, sottolineando l’importanza accordata alla «macchiatura», ossia la scelta della giusta sfumatura nei colori naturali delle pietre, che dà vigore ad un certo illusionismo visivo.

Nel 1588, Ferdinando I de’ Medici avvia una bottega dedicata al lavoro delle pietre dure nella manifattura di corte, la cui attività si protrae fino alla fine dell’Ottocento. All’epoca medicea, la tecnica viene chiamata il “commesso di pietre dure”, traendo il suo nome dall’esigenza di “commettere”, ossia mettere insieme, precisamente sezioni di pietre prevalentemente silicee.

Questa manifattura dà vita ad una produzione nuova ed in continuo miglioramento, che nel corso dei secoli conoscerà anche una diffusione in varie corti europee[1]. La sua storia movimentata, condizionata dai cambiamenti socio-politici ed economici della città e della Toscana, è stata ben documentata da Annamaria Giusti, ex-Direttrice del Museo dell’Opificio delle Pietre Dure, struttura erede della manifattura e dedicata alla sua storia[2].

Fig. 5 – Campioni di pietre tenere usate nel mosaico fiorentino, collezione di Piero Mangini.

Nei primi dell’Ottocento, invece, quando il monopolio esercitato dalla manifattura su questo artigianato viene abolito, fiorisce a Firenze un nuovo settore di botteghe private[3]. La prima iniziativa di questo genere è dovuta a Gaetano Bianchini, un ex-maestro dell’Opificio che nel 1825 apre un laboratorio in Via Canto de’ Nelli 12. La scelta di questa ubicazione probabilmente non fu causale: posizionato proprio di fronte all’ingresso della Cappella dei Principi, vero tempio delle tecniche legate alle pietre, dove sono sepolti i più eminenti membri della famiglia de’ Medici e già meta di visite turistiche all’epoca. Laboratori di questo genere si moltiplicano fino a dare lavoro ad un centinaio di famiglie negli anni 1870-1880, età d’oro di questo settore di nicchia[4].

Patrimonio, turismo e artigianato: un legame triangolare

Nell’Ottocento, quindi, le botteghe private compaiono sul mercato libero, dove devono assicurarsi la propria autosufficienza. Costretti dalle tempistiche lunghissime che richiede il lavoro di materie così dure, questi mosaicisti ricorrono a dei materiali più teneri, che si lavorano più velocemente e con meno fatica. Marmi, brecce, alberesi (un tipo di pietre locali), ma anche le conchiglie e più tardi le paste vitree sostituiscono la tavolozza della manifattura granducale – argomento che opporrà le due produzioni e sarà oggetto di dibattito soprattutto in occasione delle esposizioni nazionali ed internazionali. Una nuova tipologia di oggetti mobili e di dimensioni più ridotte che mira ad una clientela più larga, si propone come alternativa ai tavoli imponenti realizzati dalla manifattura ed abbordabili solo da grandi dignitari o nobili[5]. Nonostante i colori meno vivi dei materiali teneri, gli artigiani di queste botteghe hanno saputo adattare le loro competenze tecniche e pittoriche fino ad elaborare dei mosaici di qualità finissima (fig. 6) [6].

Fig. 6 – Archivio Museo Borgogna di Vercelli, Tavolo in mosaico fiorentino, bottega di Francesco Betti, c. 1878.

Ma oltre alle difficoltà tecniche, le botteghe devono anche promuovere la loro attività, cercando di guadagnare in visibilità, sia attraverso i mezzi di comunicazione dell’epoca che in città. Non a caso, infatti, le botteghe nella seconda metà dell’Ottocento si stabiliscono nel centro storico lungo le vie frequentate dai turisti, il cui percorso segue i monumenti storici più importanti. È d’altronde in quell’epoca che questa produzione privata viene nominata non più “commesso di pietre dure” ma “mosaico fiorentino”, rendendo ancora più ovvio la connessione con il territorio.

Il legame che si stabilisce dall’Ottocento in poi tra il patrimonio, il turismo e l’artigianato è ben illustrato dal caso de “L’Arte del Mosaico”, se consideriamo che era una società fondata da guide turistiche. Dopo una passeggiata nel centro storico alla scoperta dei monumenti dei Medici, le guide chiudevano la visita accompagnando i turisti nella bottega, dove veniva offerta una spiegazione sulla tecnica, arricchita da dimostrazioni. Tali tour permettevano alle guide di tessere un filo conduttore tra il passato della città ed il suo presente, sostenendo la continuità di una tradizione secolare. Così Piero ricorda un Gregory Peck, attento a non disturbarlo quando venne a sedersi al suo fianco durante una visita in bottega nel corso delle sue vacanze non romane, ma fiorentine.

Mosaici a quattro mani

Durante il decennio trascorso a “L’Arte del Mosaico”, Piero è testimone delle visite regolari di vari mosaicisti della città: i fratelli Nenci, Giuseppe Fiaschi, Mario Montelatici con suo figlio Metello. Pochi anni dopo, si occuperà del restauro di un quadro importante del fratello di Mario, Alfonso Montelatici[7]. Lavorava allora dalla ditta di Fiorenzo Paci, quando il tempo a disposizione glielo permetteva. Già indebolito dalle due guerre mondiali, il settore del mosaico ha incontrato difficoltà ed ha sofferto ad ogni crisi globale del XX secolo. Le variazioni del mercato e la dipendenza da una clientela prevalentemente straniera hanno spinto alcuni mosaicisti della seconda metà del secolo passato a coniugare più attività professionali. Piero, ad esempio, entra all’ospedale di Careggi come infermiere nel gennaio 1966, un’occupazione che manterrà insieme a quella del mosaico fino al 1989. Così come i suoi colleghi: Cornazzani lavorava in Comune, Chisio all’Istituto Militare, Bruno Colzi nell’azienda telefonica SIP, Roberto Bellocci come insegnante d’educazione fisica, Francesco Ciabilli (il cognato di Paci) nelle cucine di Careggi.

Anche lui originario di Badia a Settimo, Fiorenzo Paci (1935-2017) si era formato con il suo socio Ernesto Concina (1936-1975), zio di Roberto Bellocci, presso la bottega di Federigo Menegatti (1899-1993). Specializzato nei primi tempi nella miniatura (mosaici per spille, gioielli e piccolissima oggettistica), dopo aver ampliato la sua gamma di produzione, il laboratorio diventa molto importante nella rete fiorentina degli anni 1970-2000. Con lui, Piero si dedica soprattutto alla realizzazione di “vedutine” di Firenze, di Toscana o d’Italia, una tipologia di “quadrettini” allineata ad un consumo legato al turismo. Il suo contributo al repertorio iconografico del mosaico fiorentino in quegli anni è notevole e sarà anche durevole, dato che i suoi disegni (fig. 7) sono rimasti in uso tuttora. A questa produzione commerciale hanno partecipato, nel loro tempo libero, anche sua moglie, Marcella, e la moglie di Fiorenzo Paci, Ebe, un contributo femminile rimasto finora nell’ombra.

Fig. 7 – Archivio privato di Piero Mangini, Disegni eseguiti da Piero Mangini per la realizzazione di mosaici, collezione di Piero Mangini, anni 1970-2010.

Sebbene queste «cartoline di pietra» [8] offrano poco spazio agli artigiani per esprimere il loro talento e le loro competenze, hanno, come ad esempio per la Loggia, il merito di permettere a quest’arte singolare di mantenersi viva. In pratica questa produzione relativamente creativa dava la possibilità agli artigiani di dedicarsi con maggiore agio a mosaici più importanti e più artistici, tra i quali Piero ricorda con orgoglio un cacciatore o la facciata del ristorante fiorentino Latini. Alcuni di questi quadri imponenti incaricati alla ditta Paci sono stati realizzati a quattro mani, insieme a Filippo Bencini che in questa fotografia del 1985 circa, sorride all’obiettivo, seduto dietro al maestro (fig. 8). Anche lui è originario del nucleo badiano che ha dato al mosaico fiorentino vari artigiani qualificatissimi, che con tanta dedizione hanno portato avanti il loro mestiere malgrado numerosi ostacoli. Fianco a fianco da quarant’anni, Piero e Filippo condividono una passione comune per il lavoro delle pietre ed un rapporto che nelle parole di Piero si avvicina a quello tra padre e figlio (fig. 9).

Fig. 8 – Archivio privato di Fiorenzo Paci, Filippo Bencini (sinistra), Piero Mangini (centro, primo piano) e Marco Paci (destra) dalla ditta Paci, Firenze, c. 1985.
Fig. 9 – Piero Mangini e Filippo Bencini davanti ad un mosaico.

Ritrovarsi nelle fotografie conservate dall’Archivio Storico Luce è stato per Piero un bel salto nel passato, i cui cari ricordi passeranno alla storia familiare grazie al tempietto domestico che ha elaborato con tanta cura (fig. 9). Riunire documenti visivi con i racconti dei loro protagonisti, come quelli di Piero e di altri mosaicisti, offre alla storia di questo artigianato dettagli vividi che i documenti d’archivio da soli non ci direbbero. Confrontate con i documenti scritti e visuali, tali interviste permettono di ricostituire la memoria orale di un mestiere, di chi l’ha portato avanti e di chi ha fatto della professione una ragione di vita. «Io ho fatto i due mestieri i più belli del mondo: l’infermiere e il mosaicista», dice Piero. Ed in entrambi, effettivamente, ritroviamo il motto “mosaicistico” che per tutta la sua esistenza ha guidato il suo lavoro con le pietre: «io sono per il colore, per la vivacità… per la vita».

*Questo articolo fa seguito alle interviste di Piero Mangini, di Carlo Borgheresi, di Filippo Bencini, di Marco Paci e di Roberto Bellocci eseguite a Firenze fra gennaio e giugno 2023 per un lavoro di etnografia nel quadro di una ricerca dottorale sul mosaico fiorentino. È stato reso possibile dall’incontro con la squadra dell’Archivio Storico Luce e grazie al sostegno di una borsa di studio della Scuola Francese di Roma (École Française de Rome). Ha beneficiato delle correzioni e dei suggerimenti di tre generosi amici: Giorgia, Giuliana e Walter. Tengo ad esprimere a tutti loro la mia gratitudine.


[1] Wolfram Koeppe e Annamaria Giusti, Art of the Royal Court: Treasures in Pietre Dure from the Palaces of Europe, Metropolitan Museum of Art, catalogue d’exposition, New-York, 2008.

[2] Annamaria Giusti (a cura di), La fabbrica delle meraviglie. La manifattura di pietre dure a Firenze, Firenze, Edifir, 2015.

[3] Fabio Bertelli e Federica Galora, I privati produttori di mosaico fiorentino nella seconda metà dell’Ottocento e i loro rapporti con l’Opificio delle Pietre Dure, in «OPD Restauro», n. 18, Centro Di Della Edifimi SRL, Firenze, 2006, pp. 320-336.

[4] Anna Pellegrino, La città più artigiana d’Italia: Firenze, 1861-1929, Milano, Franco Angeli, 2012, p. 138.

[5] Annamaria Giusti (a cura di), Dagli splendori di corte al lusso borghese. L’Opificio delle Pietre Dure nell’Italia unita, Livorno, Sillabe, 2011. Vedere ad esempio gli oggetti fabbricati dalla bottega di Enrico Bosi e presenti nelle collezioni di Palazzo Pitti a Firenze, <https://catalogo.beniculturali.it/detail/HistoricOrArtisticProperty/0900162828> (consultato il 30/09/2023).

[6] Vedere ad esempio il quadro intitolato Il corteggiamento, realizzato dalla bottega di Antonio Sandrini alla fine dell’Ottocento e conservato oggi presso la Gilbert Collection del Victoria & Albert Museum: https://collections.vam.ac.uk/item/O157789/flirtation-flirtation-sandrini-antonio/.

[7] Anna Maria Massinelli, Pittura di Pietra. Il Mosaico Fiorentino Contemporaneo, Firenze, Aska Edizioni, 2015. Vedere il mosaico intitolato Alla Fontana, c. 1925, da un dipinto di Egisto Ferroni, p. 144.

[8] Per riprendere l’espressione del mosaicista Roberto Raddi nell’articolo di Elisabetta Galeffi, Come ti taglio il Duomo e lo metto in cartolina, in «Corriere della Sera», 5 ottobre 2008, p. 14.

Lola Cindrić

Ha compiuto un percorso di studi multidisciplinare in Storia dell’Arte, Antropologia sociale e Conservazione e Restauro dei Beni Culturali. Durante quest’ultima specializzazione, ha potuto imparare le basi della tecnica del mosaico fiorentino a Firenze, mentre il suo Master in Antropologia le ha conferito una specializzazione sui temi delle mobilità, la costruzione d’identità e d’alterità, la produzione di marginalizzazione. Attualmente si dedica ad una tesi di dottorato in Antropologia sociale presso la Scuola di Alta Formazione di Scienze Sociali (EHESS) di Parigi. La sua ricerca propone di studiare le circuitazioni passate e presenti di materiali, di motivi iconografici, di oggetti e di artigiani fra Firenze ed Agra (India) per quanto riguarda l’artigianato del mosaico fiorentino. Prendendo queste circolazioni come oggetto di studio, esplora la costruzione di gerarchie sociali locali e globali tramite le produzioni artigianali e gli usi attuali del passato.

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