AUTORI. ROBERTO OMEGNA

IL MAGO DEL CINEMA SCIENTIFICO

Il torinese Roberto Omegna (1876-1948), cugino del poeta e scrittore Guido Gozzano, appassionato sin da piccolo di fotografia e di entomologia, si laurea in Fisica e Matematica.

Nel 1905 fonda la casa di produzione “Ambrosio Film”, di cui è direttore fino ai primi anni Venti. Aggiornato sulle ultime novità cinematografiche all’estero e dedito alle sperimentazioni in ambito chimico e fotografico, riesce a raggiungere un’approfondita conoscenza tecnica. Nel 1908 è operatore per il documentario didattico La nevropatologia.

Prosegue poi, come regista di cinema scientifico, divenendo in Italia un pioniere di questo genere. Il primo importante successo arriva con il documentario “Vita delle farfalle”. Il film nel 1911 vince il primo premio all’Esposizione universale di Torino, che vede nella giuria anche Louis Lumière. In seguito, crea una piccola impresa privata, “La film della natura”, con cui, tra il 1923 e il 1925, realizza alcuni film didattici, come La mantide religiosa, La vita del grillo campestre e La vita delle api.

Nel 1926 si trasferisce a Roma, chiamato dall’Istituto Nazionale Luce. Cede all’Istituto parte dei suoi documentari e costruisce nei locali di via Cernaia il suo regno, un laboratorio con i più disparati macchinari per filmare in particolare insetti e piante. I locali compaiono riflessi nelle bolle del suo film Bolle di sapone.

Omegna racconta che «girando i locali non si ha affatto l’impressione di trovarsi in un ambiente cinematografico. Da una parte un banco chimico pieno di beute, matracci, filtri, tubi di assaggio, ecc. In un angolo luccicano le pareti terse di un termostato dal quale fuoriescono i bianchi tubi dei termometri. Più in là un’ampia lastra di marmo con apparecchi di misura elettrica. Più oltre degli armadi con microscopi, lampade speciali, custodie misteriose ben allineate. In una veranda delle piante di fiori, delle gabbiette piene d’insetti, delle vasche di vetro con delle alghe e dei pesci. In un angolo una dinamo richiama con il suo ronzio la vostra attenzione che subito è però distratta da un accendersi improvviso di lampade attorno ad un bel vaso fiorito di bianche orchidee. Solo allora vi accorgete che in quell’angolo riposto si sta svolgendo una ripresa cinematografica»[1].

Tra il 1927 e il 1930 si concentra sulla biologia marina. Trascorre molto tempo all’Acquario di Napoli e all’Istituto superiore di agraria di Portici per catturare la vita subacquea animale e vegetale. Nascono così i documentari Navigatori argentei del mare, Giardini del mare e Abitanti del mare. Nel suo laboratorio affina poi le tecniche di ripresa intervallata e microcinematografica, ottenendo risultati di alto livello. Ne è una dimostrazione Dall’uovo alla gallina.

Nel 1934, sempre per il Luce, realizza Gloria, uno dei primi documentari di montaggio basati interamente su materiale d’archivio, selezionando e montando le riprese fatte da diversi cineoperatori durante la Prima guerra mondiale. Una rinarrazione dell’evento storico attraverso il filtro dell’ideologia fascista.

Numerose sue opere sono presentate e premiate come migliori film scientifici alla Mostra del Cinema di Venezia tra il 1936 e il 1941. Il suo ultimo film è Morfologia del fiore, realizzato con Eugenio Bava, nel 1942. È anche l’ultimo anno che dirige la sezione scientifica del Luce. L’anno successivo, quando l’Istituto viene trasferito a Venezia, torna a Torino.


[1] Roberto Omegna, La Sezione scientifica dell’Istituto Nazionale “Luce”, «Lo schermo», anno II, n. 7, luglio 1936, p. 33.

NELL’ANTRO DEL MAGO[1]

L’antro nel quale intendo introdurre il lettore non ha nulla di pauroso: si trova, nientemeno, in uno dei luoghi più frequentati di Roma, all’ombra del gigantesco pennacchio d’acqua che domina l’iridescente Fontana di Termini. Per accedervi bisogna entrare nel palazzo di angolo di via Cernaia fiancheggiante il «Planetario», entrambi dominii dell’Istituto Nazionale «Luce».

L’ambiente, nel quale stiamo per entrare, è composto d’un paio di stanzoni a pian terreno, che sembrano il laboratorio d’un dottor Faust modernizzato. E un dottor Faust ammodernato è anche il nostro mago: barba, sì, ma d’un nero appena brizzolato, senza alcuna prolissità, anzi accuratamente potata, e occhiali cerchiati d’oro. È il prof. Roberto Omega, quegli che, nel silenzio e nel segreto di questo misterioso laboratorio, ha preparato tutti i film di grande curiosità scientifica per la «Luce».

La ragione che ci muove a tentare di violare questo mistero, di penetrare in questi segreti, non è piccola. Quante volte, vedendo sullo schermo il ciclo di vita d’una pianta, d’un fiore, d’un insetto, d’un uovo, ci siamo domandati: «Ma come è stato possibile cogliere ciò con l’obiettivo?».

Ed eccoci ora qui dove tutto può essere spiegato, se il mago acconsente. Acconsente, infatti, e con grande semplicità, perché si tratta, egli dice, di cose semplici, come sono, in fondo, tutte le cose misteriose.

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Tre sono i momenti in cui può dividersi il lavoro del mago. Il primo consiste nel riprodurre la vita naturale dell’essere che si vuol riprendere cinematograficamente, sia esso animale o vegetale; nel creare il nuovo ambiente in cui esso dovrà entrare, sviluppandovi tutto il ciclo della sua esistenza.

È questa la fase più difficile: essa richiede una conoscenza perfetta e, dove questa non soccorra, un preciso intuito della vita dell’animale o del vegetale.

L’ambiente dev’essere riprodotto in modo eguale al vero: la prova della riuscita si avrà dal fatto che l’animale o il vegetale vi vivrà, vi si svilupperà, vi si comporterà come nel suo ambiente naturale.

Un esempio. Per la ripresa della vita delle formiche, il professor Omegna ne acclimatò una buona colonia nel suo studio. Preparato il terrario, ve le fece entrare, procurando loro il cibo in modo che si nutrissero senza sgobbare come fanno proverbialmente, e tenendo lontano tutti i loro nemici (questi, invece, si veda sottile accorgimento, erano stati introdotti apposta nella vecchia dimora per farla abbandonare).

Un altro esempio. Per la ripresa della vita delle farfalle, il mago si fabbricò una specie di serra senza fiori, entro la quale erano realizzate le condizioni ideali per lo sviluppo delle uova e delle successive trasformazioni in bruchi, crisalidi e farfalle. Queste, quando il mago entrava nella serra, gli svolazzavano intorno e gli si posavano sopra, come fossero addomesticate. Tali dimostrazioni di affetto non erano però disinteressate: il professore recava loro, sotto forma di miele o di fiori, quel cibo che non avevano alcun modo di procurarsi nella scientifica prigionia.

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Costituito l’ambiente, viene il secondo momento, anch’esso arduo e delicato: bisogna illuminarlo. L’antro del mago, quando vi s’iniziano certi lavori, si chiude al sole e ciò per avere una luce costante, come può essere solo quella artificiale, che servirà per impressionare la pellicola. Questa luce artificiale, però, può dar luogo a un grave inconveniente: cioè, può contenere raggi nocivi alla vita del soggetto da studiare. Bisogna, quindi, filtrarla, identificando ed eliminando tali raggi.

Per la ripresa del film «Dall’uovo alla gallina», l’uovo fu messo dentro un’incubatrice e, sopra questa, fu piazzata la macchina da presa, con luce fortissima tanto da rendere l’uovo perfettamente visibile nell’interno per trasparenza. Poiché, però, la luce fortissima è anche caldissima, e quindi avrebbe ucciso l’embrione, la si faceva passare, prima che arrivasse all’uovo, per raffreddarla, attraverso a una vasca piena d’acqua freddissima continuamente circolante. Per eliminare, poi, l’altro pericolo dei raggi nocivi allo sviluppo, in questo caso, dell’embrione, si son dovuti prima fare tanti esperimenti che sono costati circa quattrocento uova, e la bagattella d’un paio di mesi di pazienza.

Eppure, ottenuta questa luce adatta all’obbiettivo e innocua al soggetto, non basta ancora: occorre surrogare il sole in tutto e per tutto, e quindi produrre anche un’altra luce, con lampade al quarzo, che faccia da sole artificiale.

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Superata anche questa fase, il resto è questione da nulla: si tratterà di girare la manovella dell’apparecchio da ripresa.

Per il film «Dall’uovo alla gallina», – insistiamo su questo che fu per tutti una vera rivelazione – la macchina rimase in movimento, automaticamente, sempre però sorvegliata e regolata, per ventun giorni (durata dello sviluppo dell’embrione), senza interruzione neppure notturna. Per la ripresa della «Vita delle piante», la manovella ha dovuto girare per tre mesi. Sicché, tutto sommato, fra preparazione e ripresa, un film scientifico «Luce» può essere costato anche un anno di lavoro, che si risolve, poi, in una mezz’oretta di proiezione.

Ripenseremo un po’ queste cose quando avremo la visione dei film usciti dall’oscuro antro del mago «Luce»?


[1] Ottorino Cerquiglini, Nell’antro del mago, «La Domenica del Corriere», anno XXXVII, n. 30, 28 luglio 1935, p. 5.

Film DALL’UOVO ALLA GALLINA

Film NAVIGATORI ARGENTEI DEL MARE