| con il contributo di Benedetta Bellesia e Serena Picone |
Vittorio Tedesco Zammarano è stato maggiore dell’esercito italiano, cacciatore, scrittore e regista. Ha contribuito a creare e ad alimentare per il colonialismo italiano, a partire dagli anni Venti, il fenomeno della caccia grossa in Africa, già ampiamente sviluppato nei colonialismi di altre nazioni. Prendendo parte ad una serie di missioni scientifiche della Reale Società Geografica Italiana e del Ministero delle colonie, lascia traccia delle sue esplorazioni in Somalia in ambito cinematografico e letterario. Zammarano realizza con la sua piccola casa di produzione romana, la Zammarano Film, tre pellicole: i cortometraggi Hic sunt leones nel 1922 e Il rifugio delle Pleiadi nel 1926, che confluiscono nel documentario Il sentiero delle belve del 1932. Questi film, accanto a quelli di Guelfo Civinini e Attilio Gatti, ma anche a quello sulla spedizione in Dancalia del barone Raimondo Franchetti (documentata dal Luce, con l’operatore Mario Craveri), travalicano l’intento conoscitivo e puntano a vivisezionare, addomesticare e collezionare violentemente il territorio africano e chi lo abita, animali e uomini, spesso messi alla stessa stregua.
Con Zammarano la narrazione coloniale del Fascismo si amplifica, è intermediale, utilizza altri mezzi, oltre a quello del cinema. Ad esempio, brani delle colonne sonore dei suoi film hanno una vita propria nel mercato discografico o molti dei frame, insieme a fotografie e a illustrazioni, vanno a comporre dei volumi, che scompaginano i generi. Sono un mix tra romanzo d’avventura, diario, catalogo fotografico, con innesti di relazioni e resoconti, dati e tabelle, sulla flora e sulla fauna africana. Zammarano monta i libri come se fossero film. Il volume Hic sunt leones. Un anno di esplorazione e di caccia in Somalia esce due anni dopo il film, nel 1924 per l’Anonima Libraria Italiana, e viene ripubblicato nel 1930 da Mondadori, probabilmente dopo il successo ottenuto da Il sentiero delle belve. Impressioni di caccia in Africa orientale, che la casa editrice dà alle stampe l’anno prima, anticipando la distribuzione dell’omonima pellicola. Il cortocircuito tra carta e pellicola è favorito dallo stesso Zammarano che inserisce in testa o in coda ai suoi film pubblicità che segnalano o ricordano l’adattamento cartaceo della stessa opera e in alcuni casi, a seconda della città in cui è proiettato il film, anche la libreria di riferimento dove poterlo acquistare.

Il fondo di Vittorio Tedesco Zammarano si compone di 66 titoli, dei quali gran parte relativi a Il sentiero delle belve, 4 ascrivibili a Hic sunt leones e 4 a Il rifugio delle Pleiadi. Sembra di entrare al montaggio con Zammarano. Ci sono rulli di pochi metri, di positivo, negativo, di repertorio, rulli di sole didascalie, scarti, parti imbibite. Troviamo segni che potrebbero aiutare a ripercorrere la storia distributiva di alcune delle pellicole all’estero, con edizioni per il pubblico straniero differenti, ad esempio, nella sequenza delle immagini e degli intertitoli. Troviamo il filo segnalatore legato a determinati frame, indicazioni direttamente sulla pellicola per il tipo di viraggio o ancora croci e frecce su altri frame. Tra i paesaggi incontaminati, i villaggi e la quotidianità delle popolazioni africane incombe l’inseguimento e l’uccisione da parte del colonizzatore di tanti e diversi animali, elefanti, giraffe, zebre, ippopotami, coccodrilli, che diventeranno trofei e in parte pezzi del Museo coloniale in Italia.

Nel riusare un materiale filmico così complicato abbiamo provato a decolonizzarlo. Se per Zammarano la macchina da presa (ma anche i proiettori durante le sessioni di caccia e conseguenti riprese notturne) è usata come un fucile per scovare, mirare, colpire la preda, abbiamo deciso di ribaltare questo posizionamento. Come? Scegliendo frame in negativo che sembrano radiografie in grado di testimoniare immemori le atrocità. Associando alle didascalie che odorano di caccia i deterioramenti della pellicola per evocare animali che ritornano a muoversi liberamente nei loro habitat. O per mettere in luce la pratica di appropriazione coloniale, inscrivendo la geometria dei corpi degli animali uccisi nelle carte geografiche ri-disegnate in nome della conquista italiana.

