Dal lavoro, dalle donne. Cominciamo da qui. All’Istituto Nazionale Luce l’apporto delle lavoratrici, pur non ricoprendo ruoli apicali, è sempre stato fondamentale nella filiera dell’azienda. Meno in vista e meno considerate, come fantasmi in camice bianco, le dipendenti hanno lavorato alacremente.
Nei vari interstizi del Luce le segretarie, le telefoniste, le dattilografe, ma soprattutto le addette alla stampa, quelle alla passafilm, le assistenti al montaggio, che maneggiano, scrutano, tagliano e incollano la pellicola con precisione e velocità.
Verso la metà degli anni Trenta, nel Servizio Produzione e Sviluppo, c’erano venticinque donne. Nel 1943, sulla rivista cinematografica «Primi piani», in un reportage sul Reparto Documentari del Luce, ad un certo punto per vedere un film si cerca colei che ha affiancato il regista. «La ragazza, ci vuole la ragazza che ha assistito al montaggio del film. Bisogna cercarla e trovarla entrando nelle varie stanze delle moviole, al reparto taglio negativi. Qui ci sono almeno cinquanta ragazze. Eccola, finalmente».
Arriva la ragazza e siamo pronti per la proiezione. In un labirinto di specchi, guardiamo dentro. E compaiono le facce delle dipendenti uscite dai fascicoli personali, dai servizi fotografici e dai filmati. Eccole, finalmente.
