I diari raccontano: Roma 1943 – 1945 a cura di Nicola Maranesi

Lo scorso 31 ottobre, presso il Teatro dei Dioscuri al Quirinale, è stata presentata la prima delle conferenze organizzate in condivisione con la Sovrintendenza Capitolina nell’ambito del programma Educare alle mostre, educare alla città per il 2017-2018. La conferenza è stata una preziosa occasione per mettere a confronto lo studio della storia attraverso lo studio delle storie.

Jacques Le Goff, importante storico Francese, scriveva che la storia si fa con le fonti, con le idee e con l’immaginazione. È strano pensare che si possa fare storia con l’immaginazione, la storia è una scienza che ha bisogno di rigore metodologico, di ricerca e di analisi, come può l’immaginazione far parte di un sistema così complesso? Immaginazione in questo caso non vuol dire inventare qualcosa che non esiste, ma anzi, richiede di immaginare quali fonti è possibile usare per trovare più elementi possibili che possano dare degli indizi per comprendere e analizzare la storia. Ma come la storia può essere raccontata in modi diversi? Non c’è solo un modo per osservare e raccontare il passato? Incredibilmente la risposta è no.

Che cos’è una fonte?

La storiografia attuale considera fonti o documenti storici tutte le tracce (umane e naturali) del passato che lo studioso è in grado di interrogare e interpretare criticamente. Sono fonti i documenti prodotti da uomini che hanno vissuto nel loro contemporaneo i fatti che lo storico vuol studiare.Per fare un esempio molto di ciò che sappiamo del Medioevo, è arrivato a noi grazie agli annali scritti da cronisti medievali, che in modo semplice e didascalico componevano una cronaca di ciò che accadeva nel loro tempo. Se quello dei cronisti medievali è un racconto di specifici avvenimenti, un altro esempio di fonte primaria lo si può trovare all’interno del Casellario Politico Centrale. Il CPC era un ufficio nato durante il Regno d’Italia che serviva per schedare affiliati ai partiti sovversivi maggiormente pericolosi per la Pubblica Sicurezza. Questo ufficio è stato attivo fino agli anni ’60 del ‘900, ma se fino al 1922 furono schedate circa quarantamila persone, in epoca fascista furono schedate oltre centomila persone.Queste schede lo storico oggi le può consultare all’interno dell’Archivio Centrale dello Stato, e farsi un’idea molto approfondita di chi era considerato sovversivo e perché.Ogni Legge emanata da un governo è una fonte, ogni arresto praticato dalla polizia produce un rapporto ufficiale che per lo storico diventa una fonte, ogni scambio di informazione tra organi di governo, partiti, forze dell’ordine e appartai militari è un fonte, ogni volantino di propaganda o di resistenza è una fonte. Così potrebbe sembrare che per lo storico sono fonti valide solo i documenti redatti da chi sta in qualche posizione di comando, o ricopre funzioni ufficiali; se così fosse la storia non sarebbe altro che la compilazione di pensieri e parole di chi ci ha preceduto, rischiando di raccontare una storia falsata da volontà specifiche (quelle di chi compone il documento).Fortunatamente fare storia vuol dire confrontarsi e essere in grado di analizzare criticamente molti altri tipi di fonti, anche prodotte dal basso, da cittadini comuni, da artisti, giornalisti, scrittori, intellettuali e perché no bambini. Sono fonti gli scambi epistolari tra cittadini comuni, gli articoli di giornale, i cinegiornali, i disegni dei bambini così come lo possono essere le canzoni, le fotografie e le opere d’arte. Lo storico per fare bene il suo lavoro, deve dunque riuscire ad osservare più fonti possibili, per poterne fare un’analisi critica e metterle in relazione l’una con l’altra, così da arrivare a comporre un racconto che tenda al massimo della potenza verso la veridicità. Per riuscire a compiere un lavoro del genere è necessario essere creativi e sì, avere immaginazione.

Nicola Maranesi,è un giornalista e membro della direzione artistica del Premio Pieve Saverio Tutino.

Dal 2013 coordina il Progetto Grande Guerra della Fondazione Archivio Diaristico Nazionale ed è responsabile per l’Archivio del progetto La Grande Guerra – I diari Raccontano, realizzato in collaborazione col Gruppo L’Espresso. Nell’incontro conferenza che si terrà al Teatro dei Dioscuri martedì 31 ottobre Nicola Maranesi racconterà una dei momenti più complessi della storia contemporanea d’Italia, l’armistizio del settembre 1943 e la liberazione di Roma nel giugno del 1944.

Armistizio 8 settembre 1943

L’armistizio fu un passaggio molto critico nel procedere della Seconda Guerra Mondiale, la destituzione di Mussolini il suo arresto e la sua liberazione, il Re che con Badoglio e il nuovo Governo scende nell’Italia liberata, mentre i nazifascisti occupano il nord dell’Italia Costituendo la Repubblica di Salò, un periodo in cui l’esercito Italiano si trova senza una vera guida, ormai quasi disperso e nel caos generato dal crollo di una dittatura fino a poco prima incontestabile. Tutto ciò Maranesi lo racconta attraverso la testimonianza, il diario, di Alessandro Falugi, un uomo come tanti che in quel momento si è trovato davanti ad una decisione da prendere. 

All’inizio della Seconda guerra mondiale Alessandro Falugi presta servizio nel Regio esercito come portaferiti. Nell’estate del 1943 è al seguito della 21ª Divisione “Granatieri di Sardegna”, schierata a difesa di Roma e destinata a comporre, insieme ad altre unità, il Corpo d’armata motocorazzato. Nelle ore che precedono e seguono l’armistizio dll’8 settembre 1943, attraversa con i commilitoni l’area Sud della capitale, dove si verificano alcuni degli scontri più cruenti con le forze tedesche della Wehrmacht, entrate in azione per seguire le direttive dell’Operazione Achse voluta da Adolf Hitler. Fallugi lascia una testimonianza vivida di quel frangente storico, racconta lo sbandamento delle truppe italiane, la mancanza di ordini da parte dei comandi, l’incertezza che accompagna ogni decisione. La mattina dell’11 settembre si ritrova al cospetto di alcuni ufficiali vestiti in borghese, che lasciano ai soldati libertà di scelta sulle loro azioni. Alessandro, con altri compagni, decide di prendere la strada di casa e sale su un treno diretto a Firenze. Si arruola, in seguito al Bando Graziani, nell’esercito della Repubblica Sociale Italiana, presta servizio in un ospedale da campo italiano, poi in uno tedesco, prima di tornare in Italia a Nonantola, in provincia di Bologna, e infine di nuovo a Firenze, dove nell’estate del 1944 vive i giorni della Liberazione).

Liberazione di Roma 4 settembre 1944

Chi sono stati i nostri liberatori? Certo, chiaro, gli americani! E i partigiani? E i militari dell’Esercito Italiano? E nel frattempo, mentre Roma veniva liberata, bombardata, combattuta, i cittadini cosa facevano?Quale sarebbe stata la storia di ognuno di noi in una circostanza così complessa? Nicola Maranesi prova a rispondere a questa domanda osservando e raccontando la storia attraverso i diari di Fedora Brcic. 

Roma, 4 giugno 1944. Per chi ne ha letto sui libri e ne ha visto spezzoni in documentari d’epoca il 4 giugno di Roma, il giorno della liberazione dai tedeschi, è fatto di camionette americane che arrivano dalla via Appia, di gente festante intorno agli yankee, di bandierine sventolanti. Un giorno che si immagina abbia coinvolto tutti i romani, uno per uno per le strade a gridare evviva e respirare libertà.

Fedora invece resta nella sua casa dietro piazza del Popolo. Testa e cuore sono altrove, in Polonia, dove suo marito, ufficiale della Regia Marina, è prigioniero. Accanto a lei viviamo un 4 giugno diverso. Quieto, con i rumori della liberazione in sottofondo. Un sottofondo il cui volume aumenta lentamente, lo immaginiamo avvitarsi lungo le scale del palazzo dove vive Fedora, battere alle finestre, raggiungerla piano, trasmetterle poco a poco l’energia positiva che sta invadendo la città. Fedora non corre per strada, resta nelle sue stanze, cerca di dormire, raccoglie notizie tra i vicini e mettendo in ordine quello che vede e sente dalle finestre. Poi esce. Gli americani sono a Roma da più di ventiquattrore e Fedora va per le strade solo per “acquistare qualcosa per il pranzo”, per andare in rosticceria. E mentre tutti sono “raggianti” lei prova una “grande pena”, pensa al marito lontano e prigioniero.

È questa la forza di un diario che racconta i grandi giorni della storia. La prospettiva diversa che ci regala non è un effetto ottico o un tocco di colore. È come un viaggio nel tempo perché ci colloca con precisione in un luogo e da lì ci fa vivere la storia così come l’ha vissuta una persona come noi, con le sue emozioni, le sue speranze, le sue paure. 

Le fonti dell’Istituto Luce

Queste testimonianze, per riuscire ad avere un ruolo significativo nella narrazione storiografica, devono essere necessariamente inserite in un contesto d’analisi approfondito e preciso.

L’Istituto Luce, con i documenti audiovisivi di cui dispone è in grado di far rivivere nelle immagini i momenti della storia contemporanea Italiana. Per comprendere la complessità della situazione in seguito all’armistizio se si va sull’archivio online dell’Istituto Luce è possibile vedere questo documento “L’adunata degli ufficiali all’Adriano” e osservare il Maresciallo Graziani che, il 1 ottobre del 1943, incontra a Roma il comandante delle Armate Tedesche del Sud Italia Kesselring; il quale in seguito all’armistizio comanda a Graziani di disarmare i Carabinieri presenti a Roma, perché non era più certa la loro obbedienza.

Il Maresciallo fascista, che ebbe da Mussolini l’incarico di Ministro della Guerra della Repubblica Sociale Italiana, rivolgendosi alle truppe tra le altre cose disse: “il corpo sacro della patria è diviso, calpestato, martoriato, sanguinante”.

Ma qual’era allora la patria? Quella che gli americani stavano liberando, quella del Re e di Badoglio o quella occupata dai Tedeschi, quella della Repubblica di Salò che combatte contro il re? 

Nel giornale Luce del 23 agosto del 1943 “Perchè Roma è città aperta” si possono vedere bellissime immagini dei monumenti e delle chiese più importanti di Roma mentre il commentatore esalta la città come luogo dove più di ogni altro è custodito lo spirito e la grandezza del Cristianesimo e della Chiesa; si richiama a Roma come città che è patrimonio del mondo intero, quando invece il fascismo aveva da sempre fatto dell’autarchia e dello spirito nazionalista un punto inattaccabile: Roma e i suoi tesori sono italiani, di nessun’ altro.

Si può pensare che la paura di una violenta sconfitta, il terrore dei bombardamenti, abbia portato gli organi di informazione a costruire una narrazione che preservasse al meglio l’integrità della città eterna? Come inserire in un contesto di fame, di miseria, paura e morte le immagini da copertina che il servizio ci propone?

Il diario di Fedora ci racconta, da una prospettiva inusuale, come Roma vivesse la liberazione compiuta da parte degli alleati; sempre sull’archivio online dell’istituto Luce è possibile vedere dei documenti come Combat film RW411 Gli alleati a Roma o Combat film RW073 Liberation of Roma che ci riportano le immagini vive delle colonne americane che entrano nella città, ci mettono davanti i volti sorridenti dei cittadini di Roma che accolgono i militari e strappano i manifesti della propaganda. Certo, non ci fa vedere le immagini dei bombardamenti che hanno duramente colpito Roma e molte altre città italiane, ma non ci dobbiamo stupire di questo. Il documento Liberation of Roma è di fatto un filmato della propaganda anglo americana che ha tutto l’interesse di mostrare solo il lato umano di quella che comunque era un’azione di guerra.

La storia è una disciplina complessa. La superficialità, l’omissione, la dietrologia e la volontà di imporre una verità sono tra i suoi peggior nemici, per questo per studiarla e soprattutto per capirla è necessario spostare il nostro sguardo verso ogni direzione mai convinti che ciò che stiamo osservando, studiando e ricercando sarà inconfutabile.

a cura di Manfredi Scanagatta per Luce per la didattica

 

 

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