Conversazioni per storie di genere. Palazzo Braschi, 19 novembre 2015

Giovedì, 19 novembre 2015 si terrà a Roma, dalle 15 alle 18, il terzo incontro nell’ambito delle iniziative correlate alla mostra War is over!, in corso a Palazzo Braschi fino al 10 gennaio 2016.

Un appuntamento da non perdere soprattutto per le scuole di istruzione secondaria di II grado.

Le conversazioni e le riflessioni delle due studiose, Barbara Berruti (Istoreto) e Annabella Gioia (Irsifar) saranno moderate e stimolate dalle domande di Patrizia Cacciani.

A seguire una sintesi dei temi proposti dalle due relatrici.

Le donne dalla Resistenza alla Repubblica (Barbara Berruti)

Il 25 giugno del 1946 ventun donne entrano a Montecitorio, irrompendo in uno spazio pubblico destinato alla rappresentanza politica che tradizionalmente e per secoli è stato maschile. Pochi giorni prima, il 2 giugno, tutte le italiane, sempre per la prima volta, avevano esercitato il diritto di voto.

L’arrivo delle donne sulla scena politica è una delle grandi novità dell’Italia del dopoguerra. Si tratta di un passaggio totalmente nuovo, preparato e maturato durante i 20 mesi della Resistenza, ma vissuto con grandi contraddizioni.

La situazione che si è venuta a creare in Italia durante la guerra, ma soprattutto dopo l’8 settembre, ha posto le condizioni perché molte delle regole in essere durante le generazioni precedenti venissero scardinate. Il vuoto di potere ha aumentato i margini decisionali dei singoli e  molti uomini e molte donne si sono trovati di fronte alla necessità e all’opportunità di compiere una scelta. Questa scelta ha rappresentato un passaggio politico ed esistenziale decisivo: la Resistenza è stata un momento di palingenesi per un’intera generazione. Per le donne si è trattato spesso di una vera e propria rivoluzione: si sono affacciate  su una dimensione pubblica del mondo, vivendo fino in fondo un  momento di straordinaria libertà e di straordinaria coscienza di sé, che ha portato a una mutazione sia nei ruoli tradizionali, dal privato al pubblico, sia di conseguenza, nei rapporti uomo/donna. L’avvicinarsi della fine della guerra, di quel periodo “eccezionale” in cui tutto sembrava possibile,  porta già i segni di un tentativo di ritorno al passato. La celebrazione della liberazione vede le donne in disparte, invitate a restare sotto i portici o a sfilare con i simboli delle crocerossine, ad alcune, giovani staffette che fino a pochi giorni prima avevano rischiato la vita in montagna, viene revocato dalle famiglie il permesso di “uscire”. Il primo segnale della fine della guerra e del ritorno alla normalità è quello di riportare le donne nello spazio che tradizionalmente è loro proprio, la casa, rinchiuderle nel privato, a dimostrazione che tutto torna, anche nel paese ‘nuovo’ e liberato, come prima.

In realtà questo non è più possibile: la lotta partigiana segna un punto di non ritorno verso la volontà di riscatto da una famiglia e da una società patriarcale, la Resistenza è l’occasione di una militanza politica, ma anche di una scelta di libertà individuale, di partecipazione attiva e visibile alla vita della nazione e al cambiamento della società a tutti i livelli. Basti pensare anche solo alle donne che tornano dai campi e come i superstiti uomini scrivono, denunciano la terribile esperienza di cui sono state vittime. Non è un caso che su 28 memorie di ex deportati scritte tra il 1945 e il 1947, 5 siano di donne. La scrittura è un atto pubblico di denuncia.

Nei mesi immediatamente successivi alla fine del conflitto le donne lavorano per le donne, per renderle consapevoli della necessità fondamentale di non rinchiudersi nel privato, di tenersi ferme nello spazio pubblico così faticosamente riconquistato. Il 1946 è un anno, pur con tutte le sue contraddizioni, al femminile. Il grande lavoro delle associazioni femminili come il Cif e l’Udi, che si dispiega a partire dalla zone liberate via via per tutta la penisola, rende consapevoli le donne dell’importanza di poter partecipare alla vita politica del paese. La battaglia  per l’acquisizione del diritto di voto, di fatto riconosciuto da tutti i partiti di massa, si configura anche come una battaglia contro luoghi comuni e stereotipi di lungo periodo.

Il 2 giugno l’89,2% delle donne aventi diritto si reca a votare. A fianco all’elettorato passivo, le donne entrano a far parte anche di quello attivo. Questa scelta, così come quella di partecipare alla resistenza, ha una profonda radice esistenziale. Le donne che compiono questo salto nella politica attiva si trovano spesso sole a combattere condizionate da giudizi pesanti da parte maschile e femminile. Di fatto è un cambiamento epocale, difficile, faticoso, pieno di contraddizioni che permarranno a lungo, ma durante la Resistenza si sono rotti dei confini antichissimi e la strada, per quanto stretta e difficile, per definire la presenza delle donne sulla scena pubblica e anche i loro ruoli tradizionali è stata aperta.

Modelli e protagonismi femminili tra fascismo, guerra e Resistenza (Annabella Gioia)

Ruoli tradizionali e presenza pubblica delle donne rappresentano la contraddizione che attraversa gli anni del fascismo nel conflitto irrisolto tra ansia di modernità e richiamo al passato. La donna “nuova”  doveva saper coniugare l’abnegazione materna e i valori della domesticità con l’attivismo sociale, secondo le forme e i modi stabiliti dal regime; doveva apparire combattiva ma al tempo stesso sottomessa all’autorità maschile. Equilibrio non facile tra domesticità e presenza nel pubblico al quale le donne andavano preparate per essere al tempo stesso madri prolifiche e ardenti patriote.

Con l’ingresso dell’Italia in guerra e con la mobilitazione civile diventa prioritario il dover essere patriote, prima che madri. La necessità di sostituire gli uomini porterà al pieno utilizzo della manodopera femminile anche in ambiti di lavoro tradizionalmente maschili. Allora si scoprono e si esaltano le capacità e la dedizione delle italiane definite “una milizia civile al servizio dello Stato” e degne della loro “tradizione di patriottismo e di dovere-missione”.

Nonostante i modelli educativi e gli stereotipi del regime le italiane sono state capaci di affrontare la drammaticità della guerra e di diventare protagoniste; sono vicende individuali e collettive che per lo più  sfuggono alle rappresentazioni e alle ricostruzioni storiche mentre di fronte all’emergenza bellica molte acquisirono consapevolezza delle loro capacità e nuove responsabilità.

La guerra significava anche fame, tessere annonarie, borsa nera, si faceva leva e si contava sulle donne per la campagna contro gli sprechi e per l’economia bellica. In questi scenari la mobilitazione femminile diveniva un elemento determinante, il conflitto mondiale assegnava loro altri compiti, le costringeva ad entrare in spazi maschili e in quelli creati dalla guerra per sostituire gli uomini in tutto e per tutto

Esemplare è stato il loro comportamento l’8 settembre del 1943, quando aiutarono e nascosero i militari in una sorta di “maternage di massa”, una grande operazione di salvataggio. In quella occasione non hanno aspettato indicazioni, hanno preceduto la Resistenza, si sono trovate in una circostanza in cui dovevano agire e l’hanno fatto.

Molte donne hanno operato nella Resistenza armata e in quella civile, la loro opera è stata importante e insostituibile al centro della lotta di Liberazione; del resto per la maggior parte di esse la Resistenza era iniziata dal rifiuto della guerra e dalla consapevolezza che per superare il presente brutale era necessario partecipare in prima persona ed assumere compiti e responsabilità nuove.

Le partigiane combattenti rappresentavano una diversa immagine del corpo femminile, una presenza pubblica che intaccava modelli e immaginari tradizionali creando problemi persino nelle file della Resistenza; mentre il riconoscimento alle combattenti passava attraverso l’omologazione al modello maschile.

La guerra aveva cambiato molto nella vita delle italiane; una conferma del nuovo protagonismo e della presenza pubblica si ha con la nascita, nell’autunno del 1943, dei “Gruppi di difesa delle donne e per l’assistenza ai volontari della libertà”. Le loro attività erano finalizzate a sostenere la lotta di Liberazione ma al tempo stesso prefiguravano una società nuova in cui le donne sarebbero state protagoniste e cittadine a pieno titolo.  Proprio nel 1944, in pieno conflitto,  nascevano Udi e Cif con l’obiettivo di costruire una politica delle donne.

 

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