Da”Sguardi e storie” a “Fotoeduca”. Appunti per la didattica delle fonti audiovisive, a cura di Valeria de Laurentiis.

“Non colui che ignora l’alfabeto, bensì colui
che ignora la fotografia, -è stato detto-, sarà
l’analfabeta del futuro”. Ma un fotografo che
non sa leggere le proprie immagini non è forse
meno di un analfabeta?

Walter Benjamin, Piccola storia della fotografia (1955)

Sul sito FOTOEDUCA il progetto: Napoli, villa Floridiana.

In questa foto panoramica, scattata da Vittoria, una mia alunna tredicenne, con il suo smartphone, sono rappresentata io, insegnante di una scuola media napoletana, con la sua classe durante un laboratorio per il progetto Sguardi e storie.

È una panoramica deformata (un alunno è addirittura sdoppiato) e bombata che ci ritrae nell’aula mentre osserviamo e commentiamo foto di famiglia. Sui banchi, uniti a formare un grande tavolo da lavoro, fogli, foto, telefoni cellulari (utilizzati come macchine fotografiche), un succo di frutta; alle nostre spalle una lavagna multimediale accesa.

È uno spaccato del quotidiano in una scuola italiana, sospeso tra la preistoria dei banchi, l’ipermodernità tecnologica e la necessità dell’intramontabile merenda. Ma cosa stiamo facendo? Mentre alcuni ragazzi a turno si sperimentano come fotografi, stiamo osservando e commentando foto di famiglia che saranno poi utilizzate per costruire narrazioni.

Per il secondo anno, grazie all’incontro con Patrizia Cacciani dell’Archivio Storico fotocinematografico Luce CinecittàLuce per la didattica che mi ha messo in contatto con Letizia Cortini della Fondazione Aamod (Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico), mi formo per imparare a utilizzare fonti visive e audiovisive per ricostruire memorie e narrare storie partendo dagli archivi di famiglia. Questa sintetica definizione dell’attività proposta include una serie di operazioni culturali: raccolta di fonti visive, analisi e decodifica, ricerca per la contestualizzazione (attraverso archivi, storici o generalisti, on line), riutilizzo delle fonti per produrre narrazioni storiche e personali allo stesso tempo.

Ciascuno dei ragazzi nella foto ha svolto a casa, con l’aiuto prezioso di genitori, nonni, zii, un lavoro di ricerca e raccolta di immagini. Sono saltati fuori dai cassetti vecchi e nuovi album di famiglia, sono state fatte visite e telefonate ai parenti anche lontani, sono state ascoltate e trascritte narrazioni. È entrata in scena la memoria famigliare e i ragazzi spesso hanno conosciuto vicende che ignoravano o guardato con nuovi occhi eventi del loro presente. Non è stato facile abituarsi all’idea che quelle foto sono o saranno beni culturali e vanno innanzitutto maneggiate con cura, schedate, misurate; che sono e saranno, oltre che produzioni artistiche, anche documenti e portatrici di segni del tempo in cui furono o sono realizzate solo se sappiamo interrogarle con curiosità ed interesse. Si deve allenare lo “sguardo” per ricostruire “storie “in cui le immagini non hanno scopo semplicemente illustrativo, affiancate al racconto per ricostruire dettagli o ambienti, ma sono elementi della trama narrativa che si è configurata, prendendo in prestito il termine dalla fisica, in un campo dinamico e variabile. Pierre Bordieu che ha utilizzato questo concetto in sociologia della conoscenza, se ne serviva per definire il campo intellettuale: “irriducibile a un semplice aggregato di agenti isolati, o a un insieme additivo di elementi semplicemente giustapposti, il campo intellettuale, al modo di un campo magnetico, costituisce un sistema di linee di forza.  Ciò equivale dire che gli agenti o i sistemi di agenti che ne fanno parte possono essere descritti come altrettante forze che ponendosi, opponendosi e componendosi, conferiscono al campo la sua struttura specifica a un determinato momento”.

Definirei le narrazioni dei ragazzi dei “campi storici” dove testi visivi e scritti hanno interagito “ponendo, componendo e opponendo”, a volte, la microstoria delle famiglie e la macrostoria raccontata dai manuali che insieme ci hanno consegnato una “forma del tempo”, un ritratto del tempo come ci ha insegnato George Kubler (La forma del tempo, 1972). I risultati digitali, sorprendenti, emozionanti e in alcuni casi commoventi, sono narrazioni storiche collettive e anche individuali, documentate ma pure emotivamente ed umanamente connotate fruibili sul sito Sguardi e storie, ideato e curato con passione e competenza da Letizia Cortini.

I risultati strutturali invece li ho potuti sperimentare in classe, nei momenti in cui le lezioni di storia, e pure le discussioni su costumi, cambiamenti, struttura della società, cultura, si sono popolati di protagonisti in carne ed ossa, di luoghi noti e pieghe sconosciute di vissuti insieme a segmenti di esperienze famigliari hanno illuminato eventi e nodi epocali che restavano solitamente astratti e lontani, propri solo delle pagine dei libri. I risultati infine più a lungo termine, e quindi la caratteristica di investimento per il futuro propria di questa attività, li prefiguro invece, osservando la serietà mista a sorpresa con cui i miei alunni guardano ora le immagini e le storie, non solo del passato ma anche del loro presente, con la sensazione, che sono sicura diventerà consapevolezza, di essere sempre attori di quello che accade se non come agenti diretti almeno come soggetti capaci di comprendere, decodificare e soprattutto scegliere. È questo sicuramente uno dei percorsi che conduce a quella competenza di cittadinanza attiva indicata dai programmi scolastici che ci vuole protagonisti di una Storia collettiva e partecipata di cui, più che mai oggi, si sente l’urgenza: “La storia siamo noi/nessuno si senta offeso/siamo noi questo prato di aghi sotto il cielo/la storia siamo noi, attenzione/nessuno si senta escluso…”canta Francesco De Gregori in una canzone che potrebbe essere la colonna sonora di questo progetto.

Entra in scena però anche il presente perché la capacità di leggere e decodificare l’attualità – la nostra attualità che sempre più si esprime attraverso il canale visivo tempestandoci, anche attraverso veicoli nuovi come i social, di immagini fisse e in movimento di cui oltre che fruitori possiamo diventare, grazie alla tecnologia, facilmente produttori- non può rimandare più la necessità di un’educazione alla visione, sistematica e curricolare a partire dalle scuole elementari, per renderci spettatori consapevoli del nostro presente.

Proprio su questo terreno ho incontrato di nuovo gli stimoli preziosi di Patrizia Cacciani che, con Letizia Cortini, mi ha illustrato il progetto FOTOEDUCA elaborato da Luce per la Didattica per la diffusione del linguaggio fotografico nelle scuole di ogni ordine e grado, per promuovere, come si legge dal sito predisposto, “lo studio delle rappresentazioni, degli immaginari e della comunicazione visiva di eventi politici, culturali, di costume, di famiglia, personali, economici, sociali, privilegiando l’arco temporale degli ultimi settant’anni, dal secondo dopoguerra fino al nostro presente storico”.

Il progetto propone una serie di percorsi, sia teorici che laboratoriali, per lavorare sulle fotografie. Pensavo già, oltre al progetto Sguardi e storie che in questi due anni ho preferito dedicare alle classi terze, di procedere in maniera diversa con la prima di quest’anno e riflettevo sulla possibilità di coniugare testi visivi e scritti senza richiedere una contestualizzazione storica, certo non impossibile ma prorogabile agli anni successivi, privilegiando invece l’analisi e la decodifica del linguaggio visivo iniziando a cogliere la sua specificità. Un lavoro del genere porrebbe le basi di quella educazione visiva di cui sottolineavo la necessità per spargere qualche seme utile alla crescita di fruitori consapevoli della realtà presente, passata e futura ma anche – perché no? – di creatori di visioni e artisti del campo visivo.

Così mi è stata offerta l’occasione di tentare una sperimentazione utilizzando in parte i materiali messi a punto per Fotoeduca.

Ho ritenuto che il percorso più idoneo a questo momento dell’anno scolastico fosse quello di condurre i ragazzi alla costruzione di narrazioni miste in cui elementi visivi, fotografie in particolare, e scritti fossero complementari per lo sviluppo di tematiche a scelta relative a storie legate alla vita in famiglia o ad un’esperienza scolastica, un laboratorio di osservazione e scrittura in un parco pubblico del nostro quartiere, la villa Floridiana.

La scuola italiana prevede una forte formazione sull’analisi del testo scritto ma in misura minore favorisce lo sviluppo della conoscenza dei linguaggi specifici legati alla visione, grave perdita anche se si pensa solo alla ricchezza di beni culturali, in termini di qualità e quantità, offerta dal territorio e dalla storia del nostro paese.

Quindi il primo passo è stato mostrare ai ragazzi le caratteristiche fondamentali del linguaggio fotografico. Fin da bambini e ancora di più da adolescenti, diventano fruitori ma soprattutto grandi produttori di fotografie, grazie soprattutto agli smartphone, da cui non si separano mai, e che maneggiano con abilità prestissimo. Sembra però che non utilizzino il mezzo e il messaggio prescelti con consapevolezza, purtroppo anche con conseguenze tristemente note. Le foto ormai hanno una serie di funzioni che non rientrano più nelle catalogazioni canoniche: servono moltissimo per auto-immortalarsi in “selfie” di tutti i tipi, per trasmettere informazioni rapide, per mostrarsi e raccontarsi sui social. Ma con quale intenzione si scattano, cosa significa scegliere un’inquadratura, cosa sono i piani, e la luce che funzione ha, cosa si include e cosa si esclude in una fotografia?  Con l’aiuto dei materiali di Fotoeduca ci siamo posti tutte queste domande osservando foto, analizzando, provando a decodificarle.

L’acme del coinvolgimento è arrivata quando, in un ambito scolastico, sono stati autorizzati ad accendere i loro apparecchi cellulari (che hanno in genere preferito anche quando possessori di macchine fotografiche) e a scattare foto sperimentando inquadrature e campi.

Eravamo all’aperto, nel parco della villa Floridiana, e ciascuno di loro aveva ricevuto la consegna di fotografare lasciandosi guidare però da un’idea, un progetto, un’intenzione comunicativa. Se resi consapevoli del mezzo che hanno fra le mani come guardano i ragazzi? Cosa notano? Cosa scelgono di vedere?

Francesco ha immortalato così Giordana, nel suo reportage dal titolo “Amici”, senza sapere di star riferendosi a un dipinto presente nei nostri immaginari visivi dalla metà dell’800;

Michela e Viola si sono concentrate su dettagli floreali senza rinunciare ad associarci stati d’animo anche bui; Luigi ha seguito un gatto nei suoi agguati; Dario ha notato soprattutto gli elementi scultorei; Marzia, Caterina, Giorgia ed Emanuela si sono lanciate nel seguire il tema “Il gusto di inquadrare”; Sabrina e Marina hanno realizzato ritratti intensi, per citare alcuni.

La ricchezza emotiva con cui hanno poi montato le immagini esplicitando le loro caratteristiche, insieme a sequenze scritte descrittive, narrative e riflessive costruendo i loro “campi”, è stata inaspettata, emozionante, tenera. Lo stesso è accaduto per quegli alunni che hanno scelto la tematica legata alla vita in famiglia. Hanno raccolto foto dagli archivi personali, le hanno guardate in base al loro linguaggio specifico rintracciando il filo narrativo che volevano sviluppare ed è venuto fuori il racconto di affetti (Giulia), passioni (Giordana) ma in qualche caso di struggenti nostalgie e lontananze che portano il confronto con le perdite (Nicole).

Tutti hanno sperimentato la potenza del mezzo fotografico come agente di narrazione sullo stesso piano del testo scritto e credo abbiano cominciato ad intuire la funzione di uno scatto che è capace di fermare l’istante attuale. Sarà quell’attualità colta che, compresa e letta a distanza, se sapremo farlo, costituirà uno dei segnali da cogliere per sviluppare il racconto ed il ritratto del tempo. Anche le foto dei loro nonni che guarderanno o quelle sui giornali saranno istanti di attualità che ci chiamano ad essere interpretati e collocati regalandoci conoscenze che la fonte scritta ci costringe ad immaginare.

Henri Focillon negli anni quaranta del novecento poneva una domanda: “Le passè ne sert qu’à connaitre l’actualité. Mais l’actualité m’échappe. Quest-ce que c’est donc l’actualité?”

A distanza di trent’anni il suo allievo George Kubler azzardava una risposta: “L’attualità è l’occhio della bufera; è un diamante con un foro infinitesimale attraverso il quale i lingotti e le barrette del presente entrano nel passato” (La forma del tempo, pag 27).

Quello che ci serve dunque, ad insegnati innanzitutto e ad alunni, è un’educazione alla storia e alle storie che unisca in un unico nodo da esplorare il presente/attualità, il passato e inevitabilmente il futuro: ormai è chiaro che le fonti visive, insieme e non accanto a tutte le altre, saranno elementi fondamentali.

Un’ultima osservazione, ma credo non marginale, riguarda l’uso della tecnologia a cui esperienze didattiche come queste descritte ci avvicinano. Mi riferisco non solo alla tecnologia digitale per produrre e fruire immagini   fisse e in movimento ma anche a tutti gli strumenti di condivisione (dalle piattaforme per i documenti, alla costruzione di siti) che insegnanti ed alunni imparano a maneggiare approdando a usi costruttivi e innegabilmente vantaggiosi.

Serve a ricordarci che la rivoluzione tecnologica cui assistiamo, che divide spesso gli studiosi in “apocalittici e integrati”, sta a noi riempirla di contenuti culturali, sta a noi trasformarla in un nuovo umanesimo. Come argomenta Baricco nel suo ultimo contributo, The Game, una rivoluzione tecnologica è il frutto di una rivoluzione mentale e culturale e non viceversa. Esperienze didattiche come Sguardi e storie e Fotoeduca offrono un’occasione irrinunciabile anche in questa direzione.

 

 

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