Sul filo di seta Il lavoro femminile nell’industria della seta artificiale reatina (1928-1944) di Ilaria Dionisi

Ilaria Dionisi si è laureata presso l’Università degli studi de L’Aquila Dipartimento di Scienze Umane Corso di Laurea Magistrale in Studi Letterali e Culturali, relatrice la professoressa Simona Troilo. In occasione della presentazione della rivista n. 2/2018 di Didattica Luce in Sabina, dedicata alla ex Snia Viscosa, ci siamo conosciute. Sono lieta di poter pubblicare sul sito Luceperladidattica l’introduzione della sua tesi.

Appendice parte 3 Le foto della fondazione del sito industriale reatino.

La Supertessile Snia-Viscosa ha rappresentato un capitolo importante nella storia dello
sviluppo industriale della città di Rieti. Il recupero dell’archivio dell’Ufficio del personale
di questo complesso industriale ha riportato alla luce una parte di storia che sembrava
perduta. Nell’aprile del 2015, grazie al progetto “Next Snia”, le carte dell’azienda sono state
trasferite presso l’Archivio di Stato di Rieti.Questa documentazione è stata ritrovata in uno stato di completo abbandono e degrado: tolta dai contenitori e finita in terra senza alcun ordine aveva creato uno strato di oltre un metro di altezza. I vetri rotti delle finestre hanno permesso a topi e piccioni di entrare e farne la loro tana. I membri del progetto Next Snia, consapevoli del patrimonio storico-sociale presente in quei carteggi, hanno deciso di stipulare una convenzione con il Monte dei Paschi di Siena, che ne era proprietario, ed hanno iniziato il lavoro di recupero con la collaborazione di alcuni membri dell’Archivio di Stato. Tra le carte sono stati ritrovati, oltre alla documentazione del personale, anche progetti tecnici per gli usi interni della fabbrica (1). Senza il recupero di questo voluminoso archivio una parte importante della storia cittadina sarebbe andata persa.
Una volta raccolto il materiale presso l’Archivio di Stato di Rieti è iniziato il lavoro di
catalogazione affidato ad alcune dottorande dell’Università di Padova e ad alcuni
tirocinanti, tra i quali la sottoscritta. Il lavoro di catalogazione consisteva nello sfogliare i
singoli fascicoli, ricchi di ogni genere di documentazione, e nel riportare informaticamente
i dati in essi contenuti. Il contatto diretto con la vita di centinaia di operai, ma sopratutto di
operaie, mi ha spinta ad approfondirne i trascorsi e a restituire loro il giusto riconoscimento
per il lavoro svolto. La possibilità di osservare i loro visi attraverso le foto, di vedere le
loro impronte digitali sui cartellini identificativi, di poter leggere le loro richieste, a volte
disperate, di un lavoro o di un anticipo sullo stipendio, mi ha appassionata. Devo
sottolineare però che il lavoro che qui presento si basa su uno spoglio parziale della
documentazione, poiché il fondo archivistico del personale Snia-Viscosa è ancora in fase di
catalogazione.

Prima di entrare direttamente nell’analisi del fondo archivistico è stato necessario ricostruire le
vicende storico-economiche che, dall’Unità d’Italia, hanno portato il settore tessile nazionale verso
l’espansione e l’industrializzazione, concentrando maggiormente l’attenzione su una realtà
circoscritta come quella della provincia reatina. Inoltre, è stato necessario affrontare le vicende che
hanno portato alla formazione delle aziende leader nel settore delle fibre artificiali ed il loro
sviluppo fino al Secondo conflitto mondiale.
Una volta varcati idealmente i cancelli dello stabilimento, che non era semplicemente un luogo
di lavoro, ma una vera e propria città nella città, sono state analizzate le dinamiche interne alla
fabbrica e ai reparti, inoltre è stata sottolineata l’influenza della politica fascista in ogni momento
della lavorazione e della vita operaia.
Quello che le cronache dell’epoca descrivevano quasi come un Eden lavorativo in realtà non si
può definire tale: in ogni processo di lavorazione vigeva un rigido controllo, le operaie venivano
sanzionate anche per motivi banali con punizioni che potevano influire pesantemente sul salario o
potevano portare, nei casi più estremi, al licenziamento.
Da un’analisi più accurata della documentazione è stato possibile osservare l’alto tasso di assenze
e licenziamenti per motivi di salute. Tali informazioni, confermate dalle pubblicazioni relative agli
altri stabilimenti adibiti alla produzione di fibre artificiali, ha focalizzato l’attenzione verso i
possibili sintomi manifestatisi in seguito ad una esposizione, diretta o meno, alle sostanze tossiche
impiegate durante i processi di lavorazione.
La storia di questo stabilimento ha segnato lo sviluppo della città di Rieti non solo dal punto di
vista economico ma anche urbano, storico e sociale. La vita delle famiglie operaie si legò
indissolubilmente a questa fabbrica, fondamentale soprattutto per le sue operaie.
In un momento storico in cui si discute ancora molto sulla parità dei sessi nel mondo
lavorativo, mi è sembrato opportuno riaprire una pagina della storia del lavoro femminile
di fabbrica sconosciuta alla popolazione reatina. Nelle pagine che seguono quindi la
dimensione del genere è ben rappresentata, nel tentativo di dare una risposta ad un
interrogativo che pervade l’intera mia ricerca: che ruolo aveva il lavoro delle donne nelle
industrie del Novecento?
Ho cercato di sviluppare una riflessione su questo tema, inquadrandolo in una
prospettiva storica di lunga durata. Intorno al 1900, l’Italia si collocava al quarto posto tra
le nazioni con il maggior numero di lavoratrici donne, con 1/3 delle donne tra i quattordici
e i sessantacinque anni attive nel settore economico (2). Molte di queste donne trovarono
impiego nel settore industriale. I dati relativi al censimento industriale del 1911
registravano un’occupazione operaia del 91% delle donne censite. La maggior parte di loro
era impiegata nell’industria tessile e nell’abbigliamento, concentrata prevalentemente in
Piemonte e Lombardia. Il setificio era il settore che registrava il maggior numero di
addette: le donne vi rappresentavano il 90% degli occupati. Il tessile raccoglieva anche il
maggior numero di manodopera minorile, con il 17,8% di operaie di età inferiore ai 15
anni (3).
Il vero momento di svolta della presenza femminile nel mercato del lavoro fu però la
Grande Guerra. L’esperienza della guerra portò ad una “nazionalizzazione” delle donne
lavoratrici: la loro immissione di massa in fabbrica durante il conflitto si rivelò importante
come quella verificatasi sul fronte militare. Come afferma Barbara Curli «le donne
lavoratrici acquisirono una cittadinanza di guerra che ebbe effetti molteplici sul piano
sociale e comportamentale» (4). Il lavoro del cucito per le confezioni militari fu svolto in gran
parte dalle mogli dei richiamati in guerra dei ceti medi, mentre le giovani contadine
affluirono verso gli stabilimenti industriali, verso il servizio domestico o le altre attività
come lavandaie, stiratrici e cucitrici. Furono proprio le cucitrici le prime ad essere
mobilitate allo scoppio della guerra, nel momento in cui arrivarono i primi ordini del
vestiario militare. Le cucitrici “ufficiali” inquadrate nel Ministero dell’Assistenza Pubblica
furono oltre 600.000, contro le 200.000 inquadrate nell’industria bellica (5).
Secondo i dati dell’ufficio di collocamento per gli operai delle industrie della Società
Umanitaria di Milano, le donne erano passate dal 11,8% del totale degli iscritti nel 1914 al
48,3% del 1915. Le richieste di manodopera ed i collocamenti interessavano quasi
esclusivamente l’industria del vestiario (6).

Non bisogna certo dimenticare l’importanza delle donne nelle campagne: dopo la
chiamata dei mariti alle armi, le mogli dei mezzadri, dei piccoli proprietari e dei coltivatori affittuari si trovarono a sostituire gli uomini nella direzione aziendale, mentre le contadine si trovarono a mantenere interi gruppi familiari. La grande dedizione di queste donne permise, nonostante la difficoltà del momento, di contenere le perdite causate dalle contingenze belliche (7).
Il richiamo alle armi della popolazione rurale maschile scatenò i movimenti migratori
interni di una parte della componente femminile, conducendo in città un numero di donne
giovani maggiore degli anni prebellici. La città industriale divenne «uno dei luoghi
privilegiati della visibilità e della mobilità femminile»(8).
I canali di reclutamento di giovani operaie furono principalmente i legami di parentela
ed il vicinato. Alla Bicocca ad esempio entrarono contemporaneamente gruppi di ragazze,
che potevano variare da tre fino a dodici, con la stessa provenienza. I dati relativi alla
Bicocca confermano una urbanizzazione di ragazze lombarde di origine rurale che
andarono ad abitare da sole nei comuni nord-orientali di Milano. Trasferitesi lontane dalla
famiglia, molte di loro rimasero in fabbrica fino alla fine del conflitto (9).
Gli industriali furono i veri oppositori all’impiego di maestranze femminili, i quali
attribuivano alla donna «una congenita incapacità di adattarsi realmente al lavoro alla
macchina»(10), trascurandola e inconsciamente danneggiandola. Alcuni di essi sottolinearono
poi la particolare difficoltà a cui andavano incontro le donne provenienti dalla campagna, e
il nesso fra manodopera inesperta e tasso di infortuni. Inoltre si mostrarono preoccupati per
l’ordine morale per la coesistenza in spazi ristretti di uomini e donne, riferendosi in
particolar modo alle operaie di provenienza contadina. Insomma, secondo molti
imprenditori, le donne non costituivano una manodopera produttiva. Per coloro che
possedevano industrie che producevano munizioni di piccolo calibro, l’impiego femminile
appariva invece possibile, se non ottimale. Comunque le maestranze femminili erano
preferibili ai ragazzi, poiché esse si mostravano più obbedienti e interessate (11).
Finito il tempo di guerra, i lavoratori sentivano un forte bisogno di sicurezza a cui lo
Stato pose rimedio con la prescrizione del rientro delle donne ai ranghi familiari, nei
compiti procreativi e materni. La riconversione ad una economia di pace provocò un
radicale ridimensionamento del lavoro femminile. Solo il settore impiegatizio vide una
crescita dell’occupazione femminile dopo la guerra (12).

Appendice parte 5 La fabbrica e la comunità.

De Grazia parla di una «politicizzazione del lavoro femminile»(13) post-bellica che sviluppò conflitti di interessi divisi per sesso. L’enorme occupazione di posti di lavoro da parte delle donne negli anni in cui gli uomini erano stati richiamati al fronte indusse loro a credere che quei posti gli fossero stati rubati.
La polemica contro le donne che “avevano preso il posto degli uomini” era in realtà un
espediente «per conciliare una società sconvolta che stava cercando di tornare alla
normalità»(14). In realtà il lavoro di smobilitazione femminile fu più lungo e duro del
previsto, sia perché avrebbe creato problemi all’interno delle imprese, sia perché la
disoccupazione femminile avrebbe creato gravi danni alle famiglie in cui le donne erano
diventate il principale sostegno economico (15).
Solo dopo la seconda guerra mondiale il riconoscimento produttivo delle donne riuscì a
farsi strada. Le parole di un operaio della Magneti Marelli rappresentano il giusto
riconoscimento del contributo produttivo delle donne:
Una donna nella manifattura è come una macchina, il suo lavoro è così ben
coordinato e lavora così sodo […] nella manifattura sono gli uomini che hanno
difetti […] per quel tipo di lavoro le donne non si stancano, sono macchine perfette
sotto ogni aspetto. Se si potesse inventare una macchina buona come una donna
[…] Per loro un lavoro ripetitivo non è noioso, sono fatte di una materia diversa
dagli uomini (16).
Il percorso storiografico qui rapidamente richiamato mi ha permesso di comprendere
meglio il processo che spinse migliaia di giovani operaie a cercare lavoro presso la
Supertessile. Operaie che, come vedremo, lavorarono e spesso vissero nello stabilimento
reatino e nei suoi alloggi per lunghi tratti della loro vita.
Il lavoro che segue è strutturato in tre capitoli: nei primi due vengono ripercorse le
principali vicende storico-economiche che, dall’Unità d’Italia, hanno portato il settore
tessile nazionale verso l’espansione e l’industrializzazione, con un’analisi più accurata di
una realtà circoscritta come quella reatina. Il piano di analisi si sposta poi sulle vicende che
coinvolsero le aziende leader nel settore delle fibre artificiali dagli inizi del Novecento fino
alla Seconda guerra mondiale.
Nell’ultimo capitolo ho varcato idealmente le porte dello stabilimento reatino, ho camminato attraverso i suoi cortili e nei corridoi dei fabbricati, immergendomi nella vita di fabbrica delle addette alla produzione di seta artificiale.
Oltre alla curiosità verso una realtà ormai dimenticata della mia città, che si va
riscoprendo solo negli ultimi mesi, questo lavoro è stato sollecitato dalla volontà di far
conoscere ai miei concittadini una parte di storia di vita umana e urbana ormai dimenticata.
Ogni giorno percorrendo Viale Maraini, viale centrale nella città di Rieti, è possibile
osservare i resti ormai in completo decadimento di una parte rilevante del passato cittadino.
Lo Zuccherificio e la Supertessile, i due colossi industriali del Novecento, osservano
immobili le generazioni di reatini che ogni giorno percorrono la strada che li divide, ignari
del compito che essi hanno svolto. Anche se la mia ricerca è parziale poiché, come dicevo,
il fondo archivistico del personale Snia Viscosa è ancora in fase di catalogazione, spero che
essa possa accendere in coloro che si appassioneranno a questo tema quella curiosità che i
documenti storici hanno acceso in me. Inoltre, mi auguro che coloro che si occuperanno di
ultimare la catalogazione restituiscano la giusta dignità alle migliaia di lavoratrici che
hanno percorso i cortili e i viali dalla Supertessile per anni.

1 )R. Lorenzetti, La memoria del lavoro. Il recupero dell’archivio della Snia Viscosa, in
https://didatticaluceinsabina.com/2018/06/06/la-memoria-del-lavoro-il-recupero-dellarchivio-della-sniaviscosa/ ultima consultazione 2 luglio 2018.
2) V. De Grazia, Le donne nel regime fascista, Venezia, Marsilio, 2007, p. 233.
3) B. Curli, Dalla Grande Guerra alla Grande crisi, in S. Musso (a cura di), Il Novecento 1896-1945. Il
lavoro nell’età industriale, Roma, Castelvecchi, 2005, p. 210.
4) Ivi, p. 214.
5 )Ivi, pp. 214-215.
6 )B. Curli, Italiane a lavoro 1914-1920, Venezia, Marsilio, 1998, p. 51.
7) R. Ropa, C. Venturoli, Donne e lavoro: un’identità difficile. Lavoratrici in Emilia Romagna (1860-1960),
Bologna, Editrice Compositori, 2010, p. 98.
8)B. Curli, Italiane a lavoro 1914-1920, cit., p. 62.
9)Ivi, pp. 128-129.
10) L. Tomassini, La Prima Guerra Mondiale. Uomini e donne sul fronte interno e in fabbrica, in S. Musso (a
cura di), Il Novecento 1896-1945. Il lavoro nell’età industriale, Roma, Castelvecchi, 2005, p. 531.
11) Ivi, pp. 531-533.
12) R. Ropa, C. Venturoli, Donne e lavoro: un’identità difficile. Lavoratrici in Emilia Romagna (1860-1960)
cit., p. 99.
13) V. De Grazia, Le donne nel regime fascista, cit., p. 235.
14) B. Curli, Dalla Grande Guerra alla Grande crisi, cit., p. 221.
15) B. Curli, Italiane a lavoro 1914-1920, cit., p. 103.
16) A. Pescarolo, Il lavoro e le risorse delle donne in età contemporanea, in A. Groppi a cura di Il lavoro delle donne, Roma-Bari, Laterza, 1996, p. 332.

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